OGNI VENERDI’ SU CRONACAQUI IN EDICOLA LA RUBRICA “PROFONDO GIALLO”: DUE PAGINE DEDICATE AI PIU’ GRANDI FATTI DI CRONACA NERA NAZIONALI TUTTORA NON ANCORA RISOLTI
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31 Marzo 2017 - 15:30
«Tagliai qui, qui e qui: in meno di 20 minuti tutto era finito, compresa la pulizia. Potrei anche dimostrarlo ora». Così nel 1946 la "saponificatrice di Correggio", al secolo Leonarda Cianciulli, dichiarò in Tribunale di essere disposta a far vedere come si fa a pezzi un cadavere in poche mosse. I tre delitti di cui era accusata li aveva confessati senza battere ciglio e con la stessa freddezza aveva dichiarato di aver sezionato le sue vittime e di averne fatto sapone e dolcetti. Quella dimostrazione non fu mai autorizzata, anche se la leggenda vuole che all'imputata fosse stato fornito dal giudice il corpo senza vita di un vagabondo da smembrare. E che lei l'avrebbe fatto senza scomporsi. «In realtà è solo un mito nato attorno alla figura della Cianciulli, di cui non si trova conferma nella documentazione ufficiale» spiega Augusto Balloni, neuropsichiatra e docente di Criminologia all'Università di Bologna, che ha coordinato la più recente e approfondita ricerca sulla prima serial killer italiana del Novecento.
Il team di esperti è tornato sulla scena del crimine a 70 anni da quei delitti, per sfatare i falsi miti nati attorno a questa vicenda e riaprire un caso che continua a fare scalpore. «Per scavare nella mente della Cianciulli siamo partiti dal suo lungo memoriale, 800 pagine scritte di suo pugno durante la permanenza all'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. Ma abbiamo analizzato anche la sentenza di condanna, la trascrizione degli interrogatori e le tante lettere della donna. Questo materiale ci ha consentito di tracciare un profilo criminologico completo» spiega Balloni.
Prima di tutto, però, i fatti. Leonarda Cianciulli era originaria di Montella (Avellino), in Irpinia. Ma nel 1930, a 37 anni, era stata costretta a salire al Nord, marito e quattro figli al seguito, dopo che un disastroso terremoto aveva raso al suolo la loro casa. Avevano messo radici a Correggio, in provincia di Reggio Emilia dove Leonarda si era subito rimboccata le maniche. Si era così rifatta una vita, conquistandosi da sola (il marito l'aveva lasciata) certa fama e una discreta posizione sociale grazie al commercio casalingo di abiti usati e all'attività di maga che leggeva il futuro e toglieva il malocchio.
«La Cianciulli era una leader nata» spiega Roberta Bisi, docente di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale all'Università di Bologna, che ha tracciato un profilo psicanalitico della criminale. «E una donna accattivante, che col suo fascino puntava a esercitare un controllo assoluto su chi la circondava, ridotto a mero "oggetto" da sfruttare. Le uniche soddisfazione le derivavano dalle sue manie di grandezza e dalla deferenza che le riservavano gli altri».
Dietro quella facciata di donna a modo, tra il 1939 e il 1940 Leonarda maturò il suo spietato piano criminale. Una dopo l’altra, attirò in casa sua tre donne, sole e anziane, lusingandole con la promessa di una nuova vita lontano da lì, si fece firmare una procura con cui poteva vendere tutti i loro beni (e intascare i soldi ricavati) e le fece fuori a colpi di accetta per poi saponificarne i corpi. Nessuno avrebbe cercato quelle povere donne: la Cianciulli le aveva convinte a scrivere cartoline rassicuranti ai parenti, in cui annunciavano una partenza senza ritorno.
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