Fu l’ultimo a uscire dalla buca, il tenente colonnello Luigi Camosso da Rueglio, comandante del 187° reggimento Folgore e del raggruppamento che portava il suo nome. Non uno straccio, un fazzoletto, una benda insanguinata o una mano incrostata di polvere del deserto si levò in segno di resa. E dall’altra parte del uadi in secca, i fanti della 44esima divisione di fanteria inglese presentavano già l’onore delle armi, incaponendosi ancora una volta di ricevere formalmente la resa. “Folgore” fu il grido che si alzò, quasi all’unisono, dai 32 ufficiali e 276 graduati e soldati che, alle 14,35 del 6 novembre 1942, formavano l’intero organico della 135° divisione paracadutisti del Regio Esercito Italiano, dopo 13 infernali giorni di combattimento nelle sabbie di El Alamein. Quando arrivarono in Africa Settentrionale dopo un addestramento che sarebbe costato circa 60 volte quello di un normale soldato italiano e studiato per la riuscita dell’operazione C3, la presa di Malta, i 3.400 paracadutisti potevano contare su 5 mezzi corazzati, 80 cannoni e cento automezzi di vario tipo. Incaricata dal maresciallo Erwin Rommel di difendere l’integrità dell’intero settore sud del fronte italotedesco, a nord della depressione di Quattara, avrebbe dovuto respingere gli attacchi di 50mila britannici con i loro alleati - compresi i mitici Desert Rats, i Topi del Deserto della Settima divisione corazzata inglese e due unità di legionari francesi - con 350 carri armati, 400 cannoni e 3mila automezzi. Le proporzioni sono presto fatte, ma i folgorini seguono alla lettera l’ordine del loro comandante, il generale Enrico Frattini: “Non mollate”. Lungo un fronte di 13 chilometri, meno di 3.500 paracadutisti respingono decine di attacchi dell’armata britannica comandata da Sir Bernard Montgomery. L’area che fronteggia le linee è stata pesantemente minata, seguendo lo schema dei “giardini del diavolo”, dove è facilissimo entrare ma quasi impossibile uscire. I paracadutisti sparano come tiratori scelti senza perdere un metro di terreno e quando i corazzati nemici irrompono nei loro centri di fuoco li attaccano con tutto quello che hanno: bombe a mano, bottiglie incendiarie, addirittura ordigni artigianali fatti con caffettiere riempite di esplosivo. Quando sul campo di battaglia restavano ormai centinaia di carcasse fumanti di mezzi inglesi e migliaia di cadaveri di sudditi di Sua Maestà, il 4 novembre, triste anniversario di Vittorio Veneto, anche per la Folgore venne l’ordine di ritirarsi. Furono altri due giorni e due notti di feroci combattimenti di retroguardia, fino a quando i paracadutisti, senza acqua, viveri, munizioni, compresero che per loro era arrivata la fine. Distrussero gli ultimi cannoni e si consegnarono senza mostrare segni di resa alla 44esima divisione inglese. Il suo comandante, generale Hughes, volle stringere la mano per congratularsi al generale Frattini e al suo vice, un altro piemontese, il generale Riccardo Beltrami da Salussola. Alla Bbc pare che Churchill
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disse: “Dobbiamo davvero inchinarci davanti a quelli che furono i leoni della Folgore”.
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