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La toma ‘d Martinàss

castelmagno formaggio

Fonte: Depositphotos

Scusatemi, ma la mente vola ancora a quei poveri ragazzi di Castelmagno, e quando vola lei, atterra dove vuole. Oggi è atterrata sul cognome di due di loro, Martini. Quello, declinato in varie sfumature (Martin, Martino) è proprio un cognome tipico della Val Grana. La Val Grana è una delle meravigliose vallate cuneesi, forse meno famosa (perché più corta e selvaggia) delle nobili sorelle Po, Varaita, Maira, Stura e Pesio, ma col pregio di avere nei suoi pascoli erbe particolarmente profumate, tali da dar origine a un formaggio leggendario, il Castelmagno. Una volta però quel formaggio, oggi così prezioso e caro da essere imitato (male) anche in pianura e in altre valli, non bastava a sfamare i montanari, e alcuni di loro emigravano in pianura a fare un mestiere. Tutti lo stesso. Dalla Val Soana venivano i ‘magnin’ (i calderai), dalla Val Vigezzo gli spazzacamini, e dalla Val Grana i lustrascarpe. Negli anni ’70 ce n’erano ancora sei, a Torino. Resistevano sotto la tettoia del lato arrivi di Porta Nuova, seduti sul loro sgabellino, schiena alla balaustra, alla quale d’inverno pinzavano un nailon per ripararsi dagli spifferi gelati. Poco distante c’era ancora Oddone, l’ultimo bërlandin, con la sua bombetta e il suo landò. Tra i lustrascarpe c’erano Arneodo, Demaria e appunto i Martino (distinti per “stranòm”: il mio preferito si chiamava “Martinàss” e mi procurava forme spettacolose di quel formaggio). Erano tutti anziani, coi figli avviati in altri campi. Nell’80 morì Arneodo, smise il bërlandin, e due anni dopo gli altri mollarono di schianto: via tutti, in pochi mesi, come passeri a una fucilata. Finita un’epoca. Mai più avuto scarpe così brillanti e mangiato un Castelmagno così buono.

collino@cronacaqui.it
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