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Il caso
02 Gennaio 2026 - 20:00
L'anno nuovo inizia nel peggiore dei modi. Intorno all'una e trenta la notte del primo gennaio un locale in un paese di montagna svizzero va a fuoco e si porta via 47 giovani vite. Un bilancio destinato a salire come recitano le fredde cronache di fatti analoghi, stante l'ambigua definizione di "dispersi". Come sia potuto accadere sarà compito degli inquirenti, così come dal verificare se il locale fosse dotato delle obbligatorie misure di sicurezza (le più banali, qualche estintore e un'adeguata uscita di sicurezza). Ma il giorno dopo è facile giocare a fare gli inquirenti. Rimane che alla tragedia viene data la massima rilevanza, per un insieme di fattori.
Il primo il numero delle vittime. Che è tale da poter definire quanto accaduto una vera e propria strage. Il secondo, le circostanze. Nel pieno dei festeggiamenti, un momento di euforia, una festa trasformata in pochi attimi in una tragedia dalle proporzioni importanti. Il terzo, la giovane età delle vittime. Non diventi una futura attenuante, la perdita di controllo, l'eccesso di euforia che ti porta a fare cazzate (come quella di accendere dei fuochi pirotecnici in un locale stipato come un pollaio senza curarsi delle ipotetiche conseguenze) è cosa che, nelle stesse circostanze (alcool, grida di festa, musica a palla) riguarderebbe anche chi è più in là con gli anni, a dispetto delle date di nascita impresse nei rispettivi documenti di identità.
L'insieme di questi elementi produce un mix micidiale di incredulità, infinita tristezza per le tante giovani vite spezzate, la rabbia per come ha potuto verificarsi. Ed è trasversale. Indipendentemente dall'età di ciascuno, proprio la circostanza del partecipare a dei festeggiamenti in un locale, porta a un moto di empatia per chi poteva essere un figlio, una figlia, un fratello, un compagno di classe o di calcetto. Quindi, proprio per l'indifferenziazione, potenzialmente riguardante tutti, almeno coloro dotati ancora di un briciolo di empatia.
Una nota stonata, certo ci sono casi di morti collettive anche in caso di disastri naturali: terremoti, alluvioni, frane e valanghe, quando si abbattono devono proprio alla mancanza di selettività (portarsi via le vite di chi gli capita a tiro, di chi ha la mala sorte di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato). Ma lì c'è il fato in abito da sera. Sono, per larga parte, imprevedibili, fenomeni naturali avversi. Qui c'è la negligenza, fa niente se degli ospiti o dei gestori o di entrambi. Un qualcosa che ti porta a dire che con un minimo di prevenzione poteva essere se non evitata del tutto sicuramente contenuta.
Ed è questo che fa male. La trascuratezza. Perdere la vita per una mancata attenzione alla caratteristica ignifuga degli arredi, la predisposizione di uscite di sicurezza, tutte cose che hanno un costo sicuramente, ma tranquillamente sostenibile da chi ha in animo volersi cimentare nell'imprenditoria dell'intrattenimento, tanto di più in località frequentate da un pubblico definibile "alto-spendente" (sottotesto: non hai nemmeno la scusa dei mancati incassi come pallida giustificazione).
Ora "la più grande sciagura che si è verificata nella storia della Confederazione elvetica" come l'ha definita il Presidente, Guy Parmelin, c'è da scommetterci costituirà, si spera, un valido motivo per riprendere in mano le regole di sicurezza per chi agisce spazi collettivi, siano essi scuole, palestre, cinema, teatri, musei ovunque la minaccia costituita dalla presenza di più persone imponga la massima attenzione alla loro incolumità.
In una scala di valori, ce ne sono di morti che non si accettano, e sono davvero quasi tutte, nota la fatica di dovercisi "dialettizzare", ma quella collettiva, di questa tragedia rimarrà nel suo triste primato come la "strage di capodanno" nella triste classifica di quelle che con un po' di attenzione si sarebbero potute evitare.
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