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IL RETROSCENA

Quei soldi per Hamas raccolti a Torino: l’imam liberato sapeva dove finivano?

I contatti di Shahin con gli indagati nell’inchiesta di Genova: spunta una intercettazione

Quei soldi per Hamas raccolti a Torino: l’imam liberato sapeva dove finivano?

Sapeva dove finivano realmente i soldi raccolti per gli sfollati di Gaza? È una delle domande che attraversano le carte dell’inchiesta sulla rete dei finanziatori italiani di Hamas, coordinata dalla procura di Genova, nella quale compare anche il nome dell’imam di Torino Mohamad Shahin. Non risulta indagato, ma i suoi contatti con alcune delle persone arrestate sono frequenti e emergono in più intercettazioni. In una conversazione, Shahin sembra raccogliere denaro contante destinato alle organizzazioni finite nel mirino degli inquirenti. In un’altra chiamata, risalente allo scorso luglio, parlando con Yaser Elsalay, uno degli arrestati, l’imam appare più consapevole di Ali El Shobky sulla destinazione finale dei fondi raccolti. El Shobky, che vive a Torino, è indicato come referente piemontese di Abspp, l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese, e risulta aver incontrato l’ex capo di Hamas Ismail Haniyeh. È proprio in una di queste intercettazioni che l’interlocutore invita Shahin a non dire nulla a El Shobky: «El Shobky non sa niente, sa che prendiamo la “amana” - i soldi - e la consegniamo agli sfollati e ai bisognosi». Un passaggio che, per gli inquirenti, contribuisce a delineare i ruoli all’interno della rete. Il nome di Shahin riemerge così negli atti dell’operazione “Domino” che ha portato all’arresto di nove persone, tra cui Mohammad Hannoun, architetto e presidente dell’Associazione dei palestinesi in Italia. Shahin era già stato ritenuto un pericolo per la sicurezza nazionale e destinatario di un provvedimento di espulsione disposto dal ministero dell’Interno, poi annullato dalla magistratura. Su quella decisione il Viminale ha annunciato ricorso in Cassazione.

Continuiamo a chiedere l’espulsione dell’imam. E’ un fatto pubblicizzato dalla sua stessa moschea che condividesse convegni alla presenza di Hannoun e Lano. E’ un fatto che nella sua moschea gli sia stato conferito un attestato per l’impegno verso la causa sostenuta dall’associazione dei palestinesi in Italia di cui Hannoun e’ presidente. E’ un fatto che quando raggiunto dal decreto di espulsioni gli indagati si siano spesi per la sua liberazione» commenta la deputata di Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli «Elementi che si aggiungono a quelli già a fondamento del decreto di espulsione, atto amministrativo che ha una funzione preventiva». Le indagini ricostruiscono una rete di raccolta fondi attiva da anni, con flussi di denaro che, secondo l’accusa, non si sarebbero fermati agli aiuti umanitari. Tra gli elementi finiti sotto la lente degli investigatori ci sono anche una serie di acquisti immobiliari: oltre quaranta immobili comprati all’asta «in un lasso temporale ristretto», senza ricorrere ad alcuna forma di finanziamento. Un’anomalia segnalata dall’Unità di informazione finanziaria. Secondo gli atti, Salameh avrebbe consegnato più volte ingenti somme di denaro nella filiale milanese dell’associazione. Nel febbraio 2024 avrebbe affidato a due persone uno zaino con 180 mila euro. Le raccolte avvenivano in contesti precisi: moschee, luoghi di preghiera, eventi religiosi, spesso in occasione delle visite di figure di rilievo del mondo musulmano. Tra i nomi che ricorrono nelle intercettazioni c’è quello di Osama Alisawi, architetto, indicato come vicepresidente del dipartimento dei sindacati professionali di Hamas e membro dell’Unione degli ingegneri. Anche lui risulta indagato e avrebbe avuto una delega a operare su alcuni conti correnti dell’associazione tra il 2001 e il 2009.Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Abspp avrebbe effettuato bonifici tramite un conto intestato a Infopal, portale di informazione pro Gaza, per un totale di 300 mila euro, oltre a versamenti mensili di 2.800 euro, prima con bonifici e poi in contanti. Una scelta legata, come emerge dalle intercettazioni, alle crescenti difficoltà nel muovere denaro. «Quando uno manda un importo importante lo fermano», spiega Salameh in una telefonata del novembre 2024. In questo contesto emerge anche il nome di Angela Lano, 62 anni, giornalista, direttrice di Infopal e storica esponente del movimento No Tav. Secondo quanto riportato, Lano era in contatto frequente con Hannoun ed era stipendiata dalla onlus Abspp. Nella sua abitazione sono state trovate bandiere di Hamas. Infopal, fondata a inizio 2023 in Brasile, avrebbe poi fatto perdere le proprie tracce pochi giorni dopo l’attentato. Dagli atti risulta infine che Hannoun fosse a Torino il 16 novembre 2024, intervenendo a un comizio pro Palestina durante il quale avrebbe insultato la senatrice a vita Liliana Segre. In passato, nel 2001, pochi mesi prima dell’attentato alle Torri Gemelle, era stato lui a portare a Torino uno dei fondatori di Hamas, Yassin, che in quell’occasione pronunciò la frase: «Abbiamo scelto questa strada: finirà o con il martirio o con la vittoria».

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