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IL RETROSCENA
04 Gennaio 2026 - 08:39
Sapeva dove finivano realmente i soldi raccolti per gli sfollati di Gaza? È una delle domande che attraversano le carte dell’inchiesta sulla rete dei finanziatori italiani di Hamas, coordinata dalla procura di Genova, nella quale compare anche il nome dell’imam di Torino Mohamad Shahin. Non risulta indagato, ma i suoi contatti con alcune delle persone arrestate sono frequenti e emergono in più intercettazioni. In una conversazione, Shahin sembra raccogliere denaro contante destinato alle organizzazioni finite nel mirino degli inquirenti. In un’altra chiamata, risalente allo scorso luglio, parlando con Yaser Elsalay, uno degli arrestati, l’imam appare più consapevole di Ali El Shobky sulla destinazione finale dei fondi raccolti. El Shobky, che vive a Torino, è indicato come referente piemontese di Abspp, l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese, e risulta aver incontrato l’ex capo di Hamas Ismail Haniyeh. È proprio in una di queste intercettazioni che l’interlocutore invita Shahin a non dire nulla a El Shobky: «El Shobky non sa niente, sa che prendiamo la “amana” - i soldi - e la consegniamo agli sfollati e ai bisognosi». Un passaggio che, per gli inquirenti, contribuisce a delineare i ruoli all’interno della rete. Il nome di Shahin riemerge così negli atti dell’operazione “Domino” che ha portato all’arresto di nove persone, tra cui Mohammad Hannoun, architetto e presidente dell’Associazione dei palestinesi in Italia. Shahin era già stato ritenuto un pericolo per la sicurezza nazionale e destinatario di un provvedimento di espulsione disposto dal ministero dell’Interno, poi annullato dalla magistratura. Su quella decisione il Viminale ha annunciato ricorso in Cassazione.
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