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Salute e prevenzione
14 Gennaio 2026 - 21:30
Un gruppo di ricercatori della Brown University negli Stati Uniti ha individuato un nuovo indicatore dell’Alzheimer, capace di manifestarsi fino a due anni e mezzo prima dei primi sintomi. Si tratta di uno schema specifico nei segnali elettrici del cervello, che potrebbe rivoluzionare la diagnosi precoce della malattia.
Lo studio, pubblicato su Imaging Neuroscience, ha analizzato l’attività neurale a riposo in 85 pazienti con lieve deterioramento cognitivo, usando la magnetoencefalografia (MEG), una tecnica non invasiva che misura i segnali elettrici generati dai neuroni. A differenza dei metodi tradizionali che osservano la media delle frequenze su lunghi periodi, il team della Brown University ha sfruttato uno strumento computazionale chiamato Spectral Events Toolbox, in grado di isolare singoli eventi elettrici, misurandone intensità, durata e frequenza.
I ricercatori hanno notato che i segnali nella banda beta, legata alla memoria, mostravano caratteristiche particolari nei pazienti che poi hanno sviluppato l’Alzheimer: eventi meno frequenti, più brevi e di potenza inferiore. Questi cambiamenti sono stati rilevati in aree chiave del cervello come il precuneo e la corteccia cingolata anteriore.
“Per la prima volta, siamo riusciti a identificare un marcatore precoce della progressione dell’Alzheimer osservando direttamente l’attività cerebrale, senza procedure invasive”, spiega Stephanie Jones, professoressa di Neuroscienze e co-autrice dello studio.
Attualmente, i principali biomarcatori dell’Alzheimer si basano su analisi di liquido cerebrospinale o sangue, che rilevano proteine come beta-amiloide e tau, coinvolte nella degenerazione neuronale. Il nuovo segnale, invece, deriva direttamente dall’attività elettrica dei neuroni, offrendo un indizio più immediato e diretto su ciò che accade nel cervello.
Secondo i ricercatori, se confermato su campioni più ampi, questo metodo potrebbe diventare uno strumento utile per:
Diagnosi precoce dell’Alzheimer
Monitoraggio dell’efficacia dei trattamenti nel tempo
Studio dei meccanismi cerebrali che portano alla malattia, aprendo la strada a nuove terapie
“Il nostro obiettivo è capire cosa causa questi cambiamenti e se possono diventare un bersaglio terapeutico”, aggiunge David Zhou, ricercatore post-dottorato dello studio.
La prossima fase della ricerca punterà a modellare i meccanismi neurali che generano questo segnale, con l’aspirazione di trasformare questa scoperta in strumenti clinici concreti, capaci di anticipare la malattia e migliorare la qualità di vita dei pazienti.
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