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CRONACA GIUDIZIARIA

Le bobine fantasma e la nave che nessuno ha visto: quell'acciaio dalla Turchia mai consegnato

Merce per oltre 670 mila euro: tre imputati a processo, tra anticipi versati, mail rassicuranti e il confine sottile tra truffa e inadempimento

Le bobine fantasma e la nave che nessuno ha visto: quell'acciaio dalla Turchia mai consegnato

Li aveva incontrati anche di persona. Un pranzo, qualche stretta di mano, mail firmate con nome e cognome, telefonate puntuali. «Sembravano affidabili». E invece, di quelle bobine d’acciaio ordinate a inizio 2022, per un valore complessivo di 672.750 euro, non è mai arrivato nulla. Né un bancale, né una conferma certa che la merce fosse davvero partita. È da questo vuoto, più che dall’acciaio mai consegnato, che nasce il processo in corso al tribunale di Torino, dove ieri – 19 gennaio – ha testimoniato il responsabile acquisti di un’azienda lombarda che si ritiene vittima di una truffa. Sul banco degli imputati ci sono tre persone: l’amministratrice e il referente di un’impresa torinese, rispettivamente di 37 e 53 anni, e un consulente commerciale tedesco di 63 anni. Tutti hanno scelto il rito ordinario. A difenderli gli avvocati Alberto Giorgis, Stefano Antonio Freilone, Stefano Caniglia e Mauro BondiL’affare si colloca in uno dei momenti più complessi per il commercio internazionale: l’inizio del 2022, con la guerra in Ucraina appena esplosa, i prezzi delle materie prime in corsa e le catene di approvvigionamento sotto stress. «Fu l’azienda torinese a proporsi come fornitrice - ha ricostruito il testimone -. Cercavamo acciaio e loro dissero di poterlo reperire dalla Turchia. Dopo alcune trattative, abbiamo chiuso l’accordo. La consegna era prevista per la primavera». Una nave container, almeno sulla carta, avrebbe dovuto salpare dai porti turchi con il carico destinato all’Italia. Ma di quella nave, nel racconto emerso in aula, resta soprattutto l’ombra. A maggio iniziano le prime richieste di chiarimenti, poi le risposte diventano vaghe. «Non siamo mai riusciti a capire se fosse davvero partita – ha spiegato il responsabile acquisti –. Ogni volta ci veniva detto qualcosa di diverso». Il contratto prevedeva il versamento anticipato del 20% dell’importo, con saldo alla consegna. Un anticipo che, secondo l’accusa, sarebbe stato incassato senza che la merce arrivasse mai a destinazione. Da qui la querela e l’imputazione per truffa. La difesa, però, respinge l’impianto accusatorio. L’amministratrice della società torinese, tramite i suoi legali, sostiene di non aver mai avuto contatti diretti con l’azienda lombarda. Il referente, invece, ridimensiona l’intera vicenda: non una truffa, ma un inadempimento contrattuale. Il processo proseguirà ad aprile, quando toccherà agli imputati raccontare la loro versione dei fatti.

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