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Le nuove professioni
25 Aprile 2026 - 18:30
Chiara Ferragni è (ancora) ricca, seppure a fatica. Ma dietro di lei c'è solo un settore bramato dagli improvvisati e con guadagni da precariato stile rider (con tutto il rispetto). È il paradosso tutto italiano, che non riguarda solo i social, di una professione che ha sì normative e riconoscimento ufficiale ma, di fatto, non si capisce cosa sia e non rende neppure troppo: parliamo dell’influencer, ormai una figura riconosciuta, osservata, corteggiata dai brand e persino normata. Eppure, quando si passa dalla vetrina alla “cassa” — quella fiscale — la professione resta spesso in controluce. Un influencer guadagna, quando va bene, 24.000 euro l'anno.
Vediamo come, a un anno dall’introduzione del codice Ateco dedicato, il 73.11.03, i numeri raccontano un settore enorme e in movimento, ma ancora lontano dall’essere pienamente strutturato.
Il nuovo Ateco c'è, ma lo usa una minoranza
Chi usa LinkedIn sa benissimo che influencer e content creator affollano le platee - spesso in cerca di contatti - quasi quanto i social media manager, che sembra essere la professione più facile ed equivocata del mondo. In pratica, chi ha uno smartphone ritiene di poter essere un social media manager, così come chi ha un profilo TikTok già si ritiene influencer - pure se reclamizza al massimo una pizzeria al taglio -, un po' come se uno volesse giocare in Nazionale perché a dodici anni palleggiava contro un muro... D'altra parte l'Italia è il Paese che ha costruito l'idea che basti una scuola come la Holden per creare scrittori (ma i pochi editori che influenzano il mercato ci lucrano, pur nella mediocrità) anche in assenza di talento.
In Italia si contano circa 40mila influencer professionisti. Il dato più sorprendente, però, è un altro: solo IL 2,5% ha adottato il nuovo codice Ateco 73.11.03, introdotto nell'aprile 2025 per inquadrare in modo più preciso un’attività che fino ad allora finiva in categorie più generiche, tra pubblicità e servizi professionali. Il segnale è chiaro: siamo in una fase ancora iniziale. Sulla carta, l’influencer è riconosciuto dal Fisco come chi influenza una community a fini commercialiu, soprattutto su Instagram, TikTok e Youtube. Nella pratica, però, molti restano a metà strada: content creator, consulenti digitali, o persone per cui l’attività è ancora “secondaria”, nonostante l’impegno quotidiano richiesto, per chi lo fa seriamente almeno. A troppi basta un Reel da un milione di impression per credersi social media manager, poi quando vai a guardare la capacità di monetizzazione cominciano i guai.
Chi sono davvero gli influencer italiani (oltre i cliché)
L’immaginario collettivo è popolato da pochi volti noti - Ferragni, il cui codice Ateco in realtà riguarda l'imprenditoria, e pochi altri, appunto, e da guadagni da capogiro. La fotografia reale è più sobria — e forse più interessante. L’analisi congiunta di Fiscozen (tech company che gestisce Partite Iva) e Kolsquare (piattaforma internazionale di influencer marketing) descrive un profilo medio preciso: - età media: 32 ANNI - uomini: 66% - fatturato medio annuo: circa 24mila euro (che equivale a circa 2mila euro al mese, in media) Numeri che ridimensionano il mito dell’oro facile: la professione esiste, cresce, ma per molti è un lavoro “normale”, con entrate non così lontane da quelle di tanti autonomi.
Nano e Micro: la forza non è la folla, è la relazione
Il cuore del sistema non sono le star, ma la base della piramide. Il 74% degli influencer rientra nelle fasce “NANO” E “MICRO”, cioè fino a 100mila follower. Ed è qui che si registrano anche le interazioni più alte: - NANO-INFLUENCER (1.000–10.000 FOLLOWER): ENGAGEMENT 7,7% - MICRO-INFLUENCER (10.000–100.000 FOLLOWER): ENGAGEMENT 4,6% In altre parole: conta meno “quanti” ti seguono e più “come” ti seguono. La community, più della platea, è il capitale vero. Un po’ come nei negozi di quartiere: non serve una folla in vetrina, serve fiducia.
Le nicchie che funzionano: relazioni, moda e sport
Quanto ai contenuti, le principali aree tematiche sono: - RELAZIONI PERSONALI: 25,8% - MODA E ACCESSORI: 22,8% - SPORT E FITNESS: 21,1% - FOOD E RISTORAZIONE: 12,9% Sono ambiti dove l’identificazione è immediata e la credibilità si costruisce nel tempo: consigli, routine, esperienze. E qui torna la domanda che molti brand si fanno: meglio un volto famoso o una voce percepita come “vicina”? Spesso, la seconda.
Quanto si guadagna (davvero): crescita nel 2025 e differenze di genere
Nel 2025 il fatturato medio arriva a 24.038 EURO, in aumento dell’11,8% rispetto ai 21.502 euro del 2024. Restano però differenze marcate: - DONNE: 21.840 EURO - UOMINI: 26.237 EURO E c’è un altro dato che pesa: chi ha adottato il nuovo Ateco 73.11.03 registra ricavi medi più alti, 34.521 euro annui, cioè oltre 10mila euro sopra la media generale. Un indizio forte: il nuovo codice sembra essere scelto soprattutto dagli influencer “puri”, per cui questa è davvero la fonte principale di reddito. Nel perimetro più ampio dell’Influencer Maketing (includendo anche Aagenzie e social media manager) il fatturato medio sale a 39.947 euro, con una crescita del 23%: il valore più alto tra i codici analizzati.
Pochi post pagati, tanta costruzione di fiducia
Un altro luogo comune cade: non è vero che “è tutta pubblicità”. Solo il 3,1% dei contenuti pubblicati deriva da collaborazioni a pagamento. Il resto serve a costruire continuità, relazione, riconoscibilità. È la parte invisibile del lavoro: presenza costante, tono coerente, dialogo con la community.
Instagram domina: storie per esserci, reel per farsi vedere
Dal lato dei formati, su Instagram comandano le Storie: 83,6% per volume. Sono il contatto quotidiano, la “porta sempre aperta”. I Reel garantiscono più visibilità grazie alla distribuzione algoritmica, mentre i post raccolgono spesso interazioni più intenzionali. Non a caso, le sponsorizzazioni si concentrano soprattutto su Reel e post.
Le celebrity: poche, ma richiestissime
All’estremo opposto ci sono i creator “Celebrity”, con oltre un milione di follower, gente tipo Ferragni o Khabi Lame, i quali hanno però aziende con partita Iva del tutto diversa, struttura aziendale: per loro la media è di 52,5 sponsorizzazioni l'anno. Sono i più richiesti dai brand per la capacità di raggiungere pubblici vasti, anche se non sempre con i tassi di interazione delle fasce più piccole.
Dove investono le aziende e quali brand spingono di più
Per le aziende, la piattaforma di riferimento resta Instagram (93%), seguita da: - TikTok (79%) - Youtube (69%) - Facebook (54%) - Linkedin (34%) I contenuti più richiesti? Video brevi e contenuti generati dagli utenti. Tra i brand più attivi spiccano moda, beauty e benessere. In testa Shein, con oltre 41mila contenuti sponsorizzati e più di mille creator coinvolti. Seguono Prozis e YesStyle. Nella top ten compaiono anche Sheglam, Volgo Italia, Aboca, Degusta Box, Temu, GM04 e Koro.
Il turismo sorprende: engagement fino al 19,2%
Se però guardiamo all’efficacia, il primato dell’attenzione va al turismo qui si registrano picchi di engagement fino al 19,2% per contenuto sponsorizzato, contro una media del 3,9%. Viaggiare, evidentemente, resta una calamita emotiva: immagini, desiderio, aspirazione. E quando l’ispirazione è forte, anche l’interazione sale.
Regole, Agcom e un settore ancora brivido
Oggi l’influencer è riconosciuto anche sul piano normativo: oltre al nuovo Ateco, ci sono le linee guida pubblicate dall’Agcom. Ma l’adozione limitata del codice e la natura ibrida del lavoro raccontano un ecosistema che sta ancora cercando la propria forma. Più che una professione uniforme, emerge un mercato fatto di equilibri: attività principali e secondarie, creator e influencer, contenuti organici e pubblicità. E la sensazione è che la vera maturità arriverà quando la trasparenza — fiscale, contrattuale, comunicativa — diventerà non un obbligo, ma un vantaggio competitivo.
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