Il Borghese

Torino, quei quartieri dove si ha paura a passare: il primato (nero) di Aurora

Rapporto OID per New Direction sulle "No go zone in Europa", fra immigrazione irregolare, criminalità e povertà

no go zone, la mappa inquieta dell’Europa e le crepe del patto civico

Torino, quartiere Aurora: non entrate qui. Qui, come in altre zone d'Europa, è dove finisce l’autorità dello Stato e comincia la legge non scritta della strada. Lo dice il nuovo rapporto dell’Observatoire de l’immigration et de la demographie (Oid), commissionato dalla fondazione “New Direction – Foundation for European Conservatism”, che punta il faro su un migliaio di “no go zone” - come vengono chiamate - nel Vecchio Continente: territori dove crimine, marginalità e sfiducia nelle istituzioni disegnano società parallele. L’Italia c’è, con Torino, Milano e Roma dentro una cartografia scomoda che interroga sicurezza, integrazione e coesione democratica.


Che cosa dice il rapporto OID-New Direction
Secondo lo studio realizzato per la fondazione di riferimento del gruppo Ecr (Conservatori e Riformisti al Parlamento europeo), e presentato nei giorni scorsi alla Camera, in Europa esisterebbero circa mille “no go zone” ad alta densità d’immigrazione irregolare, dove rapine, spaccio e violenze sessuali sono indicati come fenomeni ricorrenti. Le citazioni geografiche sono note: banlieue parigine, Molenbeek a Bruxelles, Birmingham a Londra, le periferie delle città scandinave. La diagnosi parla di gang di giovani e giovanissimi (in Italia assimilati alla categoria “maranza”), di segnalazioni diffuse di antisemitismo, omofobia e ostilità verso la polizia.

Ma non si tratta solo di insicurezza. Sul piano socioeconomico, il tasso di disoccupazione in queste aree è descritto come ben oltre la media Ue, mentre la dispersione scolastica appare più marcata. È una mappa che non nasconde giudizi severi: «presenza dello Stato compromessa», «ritiro delle istituzioni», «società parallela» sono formule che ricorrono nelle schede delle zone più critiche.

Aurora come Quarto Oggiaro e Termini
Nel nostro Paese, il quartiere Aurora di Torino emerge come l’area classificata più a rischio: sesta nella graduatoria continentale, definita «grave». Come detto, non è solo questione di sicurezza o di immigrazione, ma anche di economia povera: qui, sempre secondo il rapporto, su cento residenti 14 non lavorano, un giovane su quattro abbandona la scuola prima del tempo e le rapine sono «quasi il quadruplo» rispetto alla media delle altre città Ue.

«La presenza dello Stato è compromessa», sintetizzano gli autori. A Milano, Quarto Oggiaro presenta indici migliori ma resta segnalato il «ritiro delle istituzioni» e la presenza di una «società parallela». La forbice con l’Europa è netta: disoccupazione oltre il 17% a fronte di una media Ue del 6%; abbandono scolastico al 16,5% rispetto al 10% europeo. Niente rivolte di piazza negli ultimi cinque anni, ma il dato sulle rapine – «quasi sei volte» sopra il resto del continente – pesa come un macigno. A Roma, l’area della stazione Termini mostra i «primi segni di disimpegno dello Stato» e un tasso di omicidi più alto rispetto agli altri due ghetti italiani citati.

Nel dossier compaiono anche Barriera di Milano (Torino) e la Bolognina (Bologna) in relazione ai comportamenti elettorali: «comunità musulmane che votano a sinistra dove ne hanno diritto, sebbene le restrizioni sulla cittadinanza ne riducano l’impatto». Un tassello politico che incrocia, inevitabilmente, il discorso sociale, per quanto occorra ricordare come proprio a Barriera Milano il tasso di astensionismo sia tra i più alti della città, assieme a Falchera.

Religione, reti e il nodo radicalizzazione
Un capitolo delicato riguarda la dimensione religiosa. Nelle aree individuate, la quota media di popolazione musulmana è stimata al 29%, a fronte di una media Ue del 4,9%. Il rapporto dell’Oid sottolinea come «legami familiari, solidarietà etnica e reti religiose» svolgano un duplice ruolo: fornire sostegno sociale e, talvolta in modo involontario, offrire copertura a economie illecite. È qui che, «laddove lo Stato fatica a esercitare il controllo», il radicalismo di matrice islamista troverebbe terreno più favorevole. La correlazione proposta è netta: tra il 2010 e il 2025 circa il 63% degli autori di attentati ricondotti al jihadismo avrebbe avuto un legame consolidato con una “no go zone”. L’idea è chiara: dove si sommano immigrazione irregolare, povertà e bassa scolarizzazione, i gruppi estremisti avrebbero più chance di reclutare manovalanza armata. È una tesi che interpella politiche di sicurezza, scuola, lavoro e presenza territoriale dello Stato: senza presidi efficaci, le crepe nel patto civico diventano voragini.

Le voci della politica e il bivio europeo
Il linguaggio scelto dagli esponenti politici citati nel documento è esplicito. «Dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: il separatismo religioso è una realtà che minaccia le fondamenta della nostra civiltà», ha affermato la deputata di Fratelli d’Italia Sara Kelany. «Abdicare alla propria identità è un errore catastrofico», aggiunge l’europarlamentare meloniano Nicola Procaccini. La cornice finale tracciata dal rapporto è un aut aut: proseguire con «l’accoglienza a tutti i costi», che produrrebbe enclave governate da regole lontane da democrazia e legalità, oppure «svegliarsi dal sonno profondo» per difendere identità, simboli e tradizioni.

Politiche sbagliate
Sono domande, segnali rivolti a quella politica, locale soprattutto - Torino, Milano e Roma sono accomunate dalla guida di centrosinistra -, che confonde l’inclusione con l’irregolarità e che, per convenienza o calcolo elettorale, corteggia le frange estreme, ripulisce (poco) il centro e lascia pannicelli caldi alle periferie.


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