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DOSSIER "L'ALTRA ETERNIT" Nell'inferno della cava di amianto: oltre 200 morti nelle valli di Lanzo

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Al giovane dottore in Chimica sembrò un girone dell'Inferno di Dante. «In una collina tozza e brulla, tutta scheggioni e sterpi, si affondava una ciclopica voragine conica, un cratere artificiale del diametro di quattrocento metri». Era il 1974, l'amiantifera di Balangero e Corio era già la più grande d'Europa. Primo Levi dava alle stampe "Il sistema periodico", e in un capitolo - "Nichel" - ricordava quell'esperienza di 30 anni prima, quando appena uscito dal Politecnico venne assunto proprio qui. Se ne andò ben presto, dopo dieci mesi appena. Ma quello che vide gli rimase impresso, per sempre: «C'era amianto dappertutto, come una neve cenerina: se si lasciava per qualche ora un libro su di un tavolo, se ne trovava il profilo in negativo». Quella "neve", a Balangero, i più anziani se la ricordano bene. E ricordano che ciò che Levi descriveva dentro lo stabilimento accadeva anche fuori. Perché la polvere d'amianto, quando c'era vento, volava alto e poi ricadeva giù, «come una nuvola che correva verso valle e ricopriva ogni cosa: i tetti delle case, le strade, gli alberi, i prati».

L'amiantifera, che ha chiuso i battenti nel '90, produceva diecimila tonnellate all'anno di materiale lavorato, sei milioni di metri cubi di prodotti di scarto. Rifiuti tossici che, trasportati con un nastro a cielo aperto lungo due chilometri, dal giacimento finivano nella maxi-discarica al confine con Corio e in altre più piccole nel territorio di Balangero che adesso sono coperte di prati e di piante. Per bonificare quelle discariche, il bacino che si è formato nella "ciclopica voragine conica", gli impianti abbandonati e i macchinari, è stata costituita una società a partecipazione pubblica, la Rsa, e la fine dei lavori è prevista per il 2020. Un'altra "discarica" è sotto le strade e le case del paese. «Perché la ditta - spiega un ex dipendente - ci regalava il pietrisco, e adesso, ogni volta che si scava, salta fuori l'amianto».
In paese, naturalmente, lo sanno tutti. Ma non sono preoccupati. «Perché è sotto terra, e se si fanno dei lavori basta adottare tutti gli accorgimenti del caso». La preoccupazione più grande, a sentire chi si incontra per le strade e al bar, sembra quella che Balangero passi per una nuova Casale. «E che la gente, a forza di fare tutta questa pubblicità, non venga più». Il pensiero dei più lo sintetizza bene un commerciante. «Il passato, ormai, è passato. E adesso non ci sono più pericoli. La bonifica prosegue, l'acqua dentro il bacino è pulita, piena di trote, sulla montagna è cresciuta la vegetazione. Qui abbiamo le centraline che ci confermano ogni giorno che non ci sono rischi. E' vero, di morti ce ne sono stati, e altri che sono venuti a contatto con le fibre finché la cava è rimasta aperta avranno problemi. Ma i nostri figli, i nostri nipoti, no. Ed è questo che ci interessa».
Un'opinione condivisa da molti, ma non da tutti. Perché il "picco" di malattie, secondo qualcuno, con la cava che ha chiuso i battenti nel 1990, deve ancora arrivare. E un bilancio definitivo delle vittime non può ancora essere fatto.
L'unica "conta" dei danni, al momento, è quella fatta nell'ambito dell'inchiesta del procuratore Raffaele Guariniello: gli ex operai dell'amiantifera deceduti nel frattempo sono 1.201, e in 214 casi è stato possibile stabilire che il decesso è stato causato dalla prolungata esposizione all'amianto. Un operaio su cinque, insomma, sarebbe stato stroncato dalla fibra killer. In procura, al momento, esiste un fascicolo d'indagine per il reato di omicidio colposo. Nell'inchiesta avviata dalla magistratura torinese risulta indagato il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, già imputato nel processo Eternit. Le patologie asbesto-correlate evidenziate dallo studio sono ormai note: asbestosi, tumori polmonari, laringiti, mesoteliomi pleurici. E la presenza, in particolare, di 12 decessi dovuti al mesotelioma pleurico è particolarmente significativa, perché stabilisce una correlazione certa e diretta tra l'esposizione al cosiddetto amianto bianco, o crisotilo, e la patologia. Per anni, infatti, si è sostenuto da più parti che solo l'amianto blu, il più pericoloso, provocasse malattia e morte. La presenza di questi dodici decessi causati dal mesotelioma pleurico smentisce questa tesi. E dà forza a chi conduce da anni una battaglia contro l'amianto e i suoi produttori.
Una battaglia che qualcuno, in realtà, aveva cominciato a fare in tempi non sospetti, e non soltanto sulle pagine di un libro. Il 26 luglio del 1974, lo stesso anno in cui il testo di Levi veniva dato alle stampe, il Comune di Corio approvava una delibera: "L'amiantifera - è rimasto agli atti - sta ammorbando l'aria con tutto quel pulviscolo che si alza dalla discarica, sta distruggendo la flora e la fauna locale, sta danneggiando irrimediabilmente tutto quello che di buono noi avevamo. Il turismo e l'agricoltura". Parole pesanti, una presa di posizione coraggiosa. Che evidentemente non è servita ad evitare la strage, ma potrebbe tornare utile in un eventuale processo: nessuno, infatti, potrà dire che non sapeva.

Stefano Tamagnone

 
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