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Il processo
10 Novembre 2025 - 15:25
Truffe e fragilità: la rete degli inganni scoperta a Ivrea
Una quarantina di truffe, decine di vittime, un unico processo. A Ivrea, davanti al giudice Edoardo Scanavino, si sta ricostruendo un sistema di raggiri che passa per vendite online mai consegnate, finti operatori bancari e persone fragili usate come prestanome. Gli imputati sono tre: Vincenzo Gandolfo, difeso dall’avvocato Vittorio Pesavento, Liliana Moliterni, difesa da Fabio Giuseppe Lombardo, e Aprile Venturo, assistito dall’avvocata Angioletta Bertoldo. A vario titolo rispondono di truffa aggravata e informatica, riciclaggio, sostituzione di persona, falsità in scrittura privata e associazione per delinquere, con l’aggravante della continuazione e del concorso. Le storie ascoltate in aula raccontano più della cronaca giudiziaria: parlano di solitudine, malattia, disperazione. Lucia, una donna del Canavese, cercava una sedia montascale “Scoiattolo” per il marito amputato a una gamba. «Mi serviva per farlo muovere un po’, per restituirgli un briciolo di autonomia», ha detto davanti al giudice. Su internet trovò un annuncio, fece un bonifico da 1.100 euro, ma la sedia non arrivò mai. «Il corriere mi disse che non c’era nessun pacco a mio nome. L’anno dopo mio marito è morto. Quella sedia gli avrebbe sollevato un po’ le sofferenze». Il pagamento risultava intestato a Claudia Andreone, nome che ritorna nei documenti d’accusa. Una truffa analoga ha colpito anche un’altra donna, Claudia, che cercava un montascale per la sorella malata. «Mi disse di fare un bonifico e che avrei ricevuto la sedia con le ruote che salgono le scale. Non è mai arrivato nulla. Non voglio ritirare la querela, non è giusto che continuino a truffare la gente». Ma non c’erano solo annunci ingannevoli. C’è anche la storia di Alessandro, imprenditore, truffato da un finto operatore bancario. Era settembre 2020 quando ricevette una telefonata dal numero verde di Intesa Sanpaolo: gli dissero che doveva annullare dei bonifici sospetti. Seguì le istruzioni, inserì il PIN, ma in realtà stava autorizzando ricariche da 2.499 euro l’una su carte intestate a un’altra persona. In tutto, oltre 14 mila euro. «Quando me ne sono accorto era tardi — ha spiegato in aula — la banca mi ha costretto a restituire i soldi. Mi fecero aprire un fido perché ero già incapiente».
Poi c’è la vicenda di Arnaldo Mazzeo, la più drammatica. È persona offesa e parte civile, assistito dall’avvocata Giuseppina Mauri. Soffre di oligofrenia di grado medio, un ritardo cognitivo che limita la capacità di giudizio e di comprensione. Viveva in un alloggio Atc nel quartiere Barriera di Milano, con il suo cane. Nella sua casa entravano sconosciuti, approfittando della sua vulnerabilità. L'assistente sociale dell’Asl To3 e amministratrice di sostegno, lo ha seguito per due anni: «Andavo a trovarlo una o due volte al mese. Spesso trovavo estranei in casa. Non capiva quando lo raggiravano. Non poteva firmare contratti, eppure lo faceva». Anche l’educatrice comunale ha confermato: «Trovavamo persone che vivevano da lui abusivamente. Dormiva sul pavimento, dava da mangiare al cane e restava senza cibo per sé. Era gentile, ma incapace di difendersi». Secondo la procura, Mazzeo sarebbe stato usato dagli imputati come prestanome per aprire conti e ricevere bonifici. Firmava senza sapere cosa stesse autorizzando. Una storia che pesa più di un capo d’imputazione: il ritratto di un’Italia dove la fragilità diventa terreno di caccia.
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