l'editoriale
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29 Novembre 2019 - 15:30
Il 17 marzo 2015 i corpi senza vita del militare pugliese Trifone Ragone di 28 anni e della sua fidanzata Teresa Costanza, 30 anni originaria di Agrigento, sono stati ritrovati all’interno dell’utilitaria di lei, nel parcheggio del Palasport di Pordenone. In un primo momento si è parlato di omicidio-suicidio, ipotesi che con il passare delle ore e l’analisi del luogo del delitto ha perso corpo. Sei i colpi di pistola, di una vecchia Beretta calibro 7.65, che il killer ha esploso con freddezza contro i fidanzati. La vita dei due giovani è stata passata al setaccio, scandagliando passato e presente, alla ricerca di un elemento che potesse portare all’assassino.
Trifone, militare con la passione per le donne e le passerelle; Teresa che aveva lasciato Milano per amore e la sera ballava nei locali per arrotondare. La doppia vita di Trifone e Teresa, alla fine, si è rivelata una falsa pista. Non soltanto non c’era del torbido, ma nemmeno strani giri di soldi e droga a motivare un delitto così feroce, un’esecuzione a sangue freddo. Fin dall’inizio, però, il medico legale, Giovanni Del Ben, che ha eseguito i rilievi sui cadaveri dei fidanzati, ha parlato di delitto commesso da «una mano amica», da qualcuno che la coppia conosceva e che non aveva motivo di temere. Parlavano chiaro i corpi di Teresa e Trifone: la posizione rilassata all’interno della vettura, una gamba del militare ancora fuori dall’abitacolo, come se i colpi che l’hanno ucciso fossero stati esplosi mentre si stava ancora accomodando, come se stesse salutando una persona conosciuta. Al delitto sono seguiti mesi di silenzio, di piste morte, di testimonianze, di analisi delle immagini di videosorveglianza della città. Sono state proprio le videocamere di Pordenone a mettere gli investigatori sulle tracce del commilitone di Trifone, Giosuè Ruotolo, 26 anni, che è stato iscritto nel registro degli indagati. La sua Audi A3 grigia è stata ripresa dalle telecamere la sera del delitto. Infine, dalla Audi A3 di Ruotolo si è arrivati al laghetto del parco di San Valentino, dove il 27 settembre è stata ritrovata l’arma, con il numero di matricola illeggibile ma, nonostante risalga agli anni ’30, ancora perfettamente funzionante, tanto da esplodere, senza incepparsi, i sei colpi con cui sono stati uccisi Teresa e Trifone. Ruotolo è stato ascoltato più volte in Procura a Pordenone dove ha raccontato la sua verità.
Una verità parziale, forse un misto di bugie e omissioni, che non hanno mai convinto gli investigatori della sua innocenza. Le indagini sono così entrate nel vivo. Sono stati raccolti tanti indizi, analizzati sia l’auto sia l’appartamento di Ruotolo, che in passato aveva abitato con Trifone. Ruotolo, che nel giorno dei funerali aveva portato a spalla la bara dell’amico, in realtà non frequentava più assiduamente Trifone.
Tra i due c’era stato qualche attrito, forse anche una lite in cui erano venuti alle mani. Nel frattempo i compagni di appartamento di Ruotolo hanno ritrattato le dichiarazioni rese nei giorni successivi il delitto. Grazie alle analisi incrociate effettuate sugli smartphone e tablet di Ruotolo e della fidanzata Rosaria Patrone, studentessa di giurisprudenza di 24 anni che vive nel paese di origine a Somma Vesuviana, emergono nuove incongruenze e nuovi dati utili alle indagini.
L’epilogo, con l’arresto di Ruotolo con l’accusa di duplice omicidio con premeditazione. Ai domiciliari anche la fidanzata, Rosaria Patrone, accusata di favoreggiamento.
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