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l'intervista

Corrado, patron del Pisa e tifoso Juve: «Platini l'idolo. All'amico Cairo dico di andare avanti»

Il patron dei toscani stasera sarà allo Stadium: «Da piccolo il prete di zona San Paolo ci portava al Combi a vedere i bianconeri»

A sinistra, Giuseppe Corrado. A destra, sopra nelle giovanili Juve (Corrado è a fianco del portiere) e sotto da patron del Pisa

A sinistra, Giuseppe Corrado. A destra, sopra nelle giovanili Juve (Corrado è a fianco del portiere) e sotto da patron del Pisa

Una sfida al suo cuore. Bianconero, quello di Giuseppe Corrado, 75 anni, patron del Pisa ma tifoso della Juve. E nella Juve, Corrado ha anche militato, nelle giovanili.

Presidente, sarà allo stadio?
«Certo, in dieci anni da presidente ho saltato un solo match. Avevo il Covid».

Cosa vuol dire Juve-Pisa, per lei che è tifoso bianconero?

«Una gara bella e impossibile».

Perché?
«La Juve è forte, noi non siamo in un grande momento e siamo anche stati sfortunati, contro il Bologna abbiamo perso al 90° pur giocando bene. E poi c’è il sentimento: la Juve per me significa tantissimo».

Lei tifa Juve e ha militato nella Juve. Il suo primo ricordo?
«Sono nato a Pontestura, nell’Alessandrino, ma molto presto mi sono trasferito a Torino. Abitavo a San Paolo e il parroco ci portò al Combi a vedere la Juve allenarsi. Mi innamorai dei bianconeri».

La sua prima partita allo stadio?
«Venne sospesa. Juve-Inter nel ‘61. Dopo si rigiocò con la Primavera dell’Inter e finì 6-1».

Chi era il suo idolo?
«Ne avevo due: Furino, che era un combattente e non si arrendeva mai. E poi Platini, il giocatore più forte che ho visto giocare nella Juve».

Oggi, da presidente del Pisa, chi invidia alla Juve?
«Senza dubbio Yildiz, ha 20 anni ma diventerà un grande».

Il suo Pisa, invece, si salverà?
«E’ difficile, anche se la matematica ci tiene in corsa. Ma avevo messo in conto un’annata di questo tipo».

Avete anche cambiato allenatore, puntando su Hiljemark.
«Gilardino era bravo ma serviva una scossa. Hiljemarlk lo volevo già in estate».

Perché è entrato in un mondo difficile come il calcio?
«Nacque per caso. Abodi era presidente della Lega B e mi parlò del Pisa. Mi convinse. Nel 2016 il Pisa non aveva l’acqua per gli spogliatoi».

Invece ora siete in A. Il suo modello di gestione calcistica?
«L’Udinese dei Pozzo e l’Atalanta della famiglia Percassi».

Prima del calcio è stato manager in grandissime aziende. Differenze con il pallone?
«L’approccio gestionale è lo stesso. Quando ho preso il Pisa, ex calciatori mi dicevano: “Pres, il calcio è difficile per chi non ha giocato ad alti livelli”. La mia risposta è stata: “Voi quante grandi aziende avete gestito?”».

Lei è piemontese e guida un club di A. Come Cairo. Vuole dargli un consiglio?
«Urbano è un amico, abbiamo anche lavorato insieme. Non merita tutti questi insulti. Deve andare avanti».

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