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Il retroscena di Zenica

Senza vergogna: gli Azzurri volevano 300.000 euro per battere la Bosnia

La richiesta dei giocatori prima della partita, poi persa ai rigori. E capitan Donnarumma scappa

Quel premio nello spogliatoio azzurro che ha agitato la notte di Zenica

Una richiesta davvero senza vergogna: la Nazionale si trovava di fronte a una partita da ultima spiaggia, a finale play-off con la Bosnia, anche per colpa degli stessi giocatori, incapaci precedentemente di agguantare una qualificazione a portata di mano. E a Zenica, prima della sfida del Bilino Polje, questi pretendevano un premio per quello che sarebbe dovuto essere il minimo sindacale. E il campo, poche ore dopo, ha presentato un conto amaro: ko ai rigori, l’America rimandata, l’amarezza stampata addosso.



Nelle ore precedenti a Bosnia-Italia del 31 marzo 2026, nello spogliatoio azzurro ha preso corpo una discussione che con la partita aveva poco a che fare: un premio dalla Figc in caso di qualificazione ai Mondiali. Non adrenalina, non solo tensione: nervosismo. Un gruppo di giocatori ha chiesto informazioni sulla presenza di una ricompensa per il pass staccato al Bilino Polje, proprio nel momento in cui la concentrazione avrebbe dovuto essere totale.

Le parole rimbalzavano tra armadietti e panchine: si parlava di circa 300mila euro complessivi, da suddividere tra tutti e 28 i convocati. Tradotto: poco più di 10mila euro a testa. Le richieste — rivolte agli uomini dello staff tecnico più vicini al gruppo — sono apparse inopportune e soprattutto intempestive. Perché il tema non è la legittimità dei premi, prassi nota nel calcio di vertice, ma la loro collocazione nel tempo. E il tempo, quella sera a Zenica, non era dalla parte di chi ha voluto aprire la parentesi.



A ricomporre i pezzi, a spostare la bussola, è servito l’intervento di Gennaro Gattuso. L’ex ct — il cui addio con risoluzione del contratto è stato poi formalizzato il 3 aprile 2026 — ha riportato tutti su una linea semplice, quasi elementare: “Meritiamoci la qualificazione sul campo, poi vedremo”. Una frase che è insieme richiamo etico e pragmatismo puro. La storia, tristemente, gli ha dato ragione: la discussione sul premio è rimasta appesa nel vuoto, mentre la sconfitta ai rigori ha chiuso la porta del Mondiale che valeva il biglietto per l’America.



C’è un dettaglio che fa la differenza in una notte di ferro: il silenzio utile. A Zenica, invece, il clima era pesante. Se il calcio è spesso un gioco di centimetri, anche la testa misura le sue distanze. E un dialogo legittimo nei tempi giusti può diventare un boomerang alla vigilia di una finale. Domanda retorica: quei 10mila euro a testa avrebbero cambiato la storia? Difficile. Avrebbero cambiato la percezione esterna, quella sì: il confine sottile tra ambizione e distrazione è sotto gli occhi di tutti.

Quanto a parole e silenzi, poi, un altro segnale: a fine partita, oltre a Gattuso, davanti alle telecamere si è presentato un solo giocatore. E non era il capitano. Donnarumma, l'unico assieme a Kean che in campo ha fatto il suo e anche di più - al netto delle sceneggiate e dei foglietti strappati al portiere rivale -, da capitano avrebbe dovuto metterci la faccia. Ai tempi della prima vergogna, con la Svezia, o l'eliminazione cocente contro l'Uruguay, Buffon lo fece: l'ex portierone, però, da dirigente non ha saputo trasmettere questo valore a chi indossa la fascia al braccio. Il nuovo ct rifletta poi anche su questo...

La Nazionale non è solo un gruppo di professionisti: è un simbolo che si nutre di gesto tecnico e clima emotivo. A Zenica, il secondo ha tradito il primo. Che alcuni calciatori abbiano pensato al premio prima della partita non è un reato sportivo, ma un errore di timing e sensibilità. La Figc, dal canto suo, potrà sempre stabilire cornici chiare e condivise in anticipo, togliendo dal tavolo ogni ambiguità. Ma resta la sostanza: quando la pressione sale, l’unica moneta che conta è quella spesa in campo.

Lo spogliatoio è un organismo fragile: basta una scintilla per scaldarlo e una parola storta per raffreddarlo. In Bosnia è prevalsa la seconda. Il monito di Rino Gattuso — severo quanto necessario — ha cercato di raddrizzare la rotta. Non è bastato. E proprio questo rende la lezione più nitida: nelle notti che decidono una stagione, la gestione dei dettagli è già metà partita. Il resto lo fanno i rigori, quelle monete truccate del destino che non perdonano esitazioni.

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