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12 Gennaio 2026 - 08:40
Sul trono gli albanesi, poi i romeni: ecco le mafie straniere in Piemonte
Chi comanda, tra i criminali stranieri, sotto la Mole e nel resto della regione? Un quartetto composto da Albania, Romania, Nigeria e Cina. Sì perché tra le mafie non italiane che si contendono il potere in Piemonte, la parte del leone la fanno gli esponenti provenienti da queste quattro nazioni. In seconda battuta troviamo i nordafricani, principali membri delle baby-gang (i cosiddetti “maranza”). Quindi a seguire, rom e sinti. Mentre non è elevata la presenza di sudamericani.

Dunque primeggiano gli albanesi, vuoi per la loro vicinanza geografica all’Italia, vuoi invece per la capacità di operare «in sinergia con organizzazioni di altre matrici, in special modo la ‘ndrangheta», come recitava, il 31 maggio scorso, l’ultima relazione prodotta dalla Dia (la Direzione investigativa antimafia) e che era stata presentata al Ministero dell’Interno e al Parlamento. Una relazione che sottolineava come i mafiosi albanesi collaborino con i calabresi in tre settori principali: «Narcotraffico, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e reati predatori». La droga, appunto, è al primo posto per gli albanesi. Dopo di loro, in Piemonte operano i romeni, che si esprimono «sia sotto forma di microcriminalità riferibile a singoli soggetti specializzati in reati predatori, sia per mezzo di più complesse organizzazioni criminali. Ad una di queste, proprio nel Torinese, nel recente passato è stato contestato per la prima volta in Italia il reato di associazione di tipo mafioso», recitava ancora la relazione Dia. E il riferimento è all’operazione “Danubio blu-Brigada” della polizia nel 2013.
La mappa del crimine piemontese prosegue con la Nigeria, i cui esponenti sono specializzati in spaccio di sostanze stupefacenti e in reati predatori. A Torino e in Piemonte i nigeriani riproducono le “secret cult” (che mischiano crimine e rituali per evocare poteri sovrannaturali da cui essere guidati e protetti) nate nella madrepatria e si contendono il controllo del traffico di droga con i senegalesi. Il 30 luglio scorso, Courage Amadin, 30enne nigeriano, è stato accoltellato a morte proprio per una resa dei conti tra pusher, in corso Giulio Cesare a Torino, zona Borgo Dora. Per quanto riguarda i cinesi, il documento Dia parlava invece di «consolidati interessi nel settore della contraffazione dei marchi e del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, nel cui ambito si annovera lo sfruttamento lavorativo e della prostituzione di connazionali». Sinti e rom, invece, si dedicano prevalentemente a commettere reati predatori, ma le ultime investigazioni «hanno dato contezza circa una loro funzione sussidiaria alla criminalità organizzata calabrese, a favore della quale si occuperebbero dell’approvvigionamento e della custodia di armi da fuoco e dello spaccio di stupefacenti». In sostanza, sinti e rom acquisiscono e custodiscono pistole e fucili per la ‘ndrangheta. Molti di loro vivono a Torino nord, specie nei quartieri Barriera di Milano, Regio Parco e Falchera. Tra febbraio e marzo dello scorso anno, Barriera e Regio Parco sono stati teatro di una “faida” scoppiata tra famiglie di etnia rom, culminata in inseguimenti, speronamenti, camper a fuoco e arresti.
In periferia ci sono anche la baby-gang nordafricane ed emblematici sono stati gli episodi degli spari di Natale e Capodanno 2024 in corso Giulio Cesare, che hanno portato ad invocare il “modello Caivano” per Torino. E questo per tacere di Don Alì, il “capo dei maranza” arrestato dalla polizia e in carcere per l’agguato ai danni di un maestro elementare a Barriera di Milano. Tornando alle mafie sudamericane “trapiantate” nel capoluogo, l’ultima operazione degna di nota è stata fatta in parallelo dalle forze dell’ordine di Italia e Brasile per eseguire, a dicembre 2024, 23 arresti (5 in Italia e 18 in Brasile) smantellando un’organizzazione criminale dedita al traffico di droga.
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