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CRONACA GIUDIZIARIA
14 Gennaio 2026 - 09:55
Tredici anni e due mesi di carcere. È la condanna inflitta in primo grado all’autista dello scuolabus di una città alle porte di Torino, accusato di aver abusato per anni di tre bambine. Almeno un episodio di violenza, secondo quanto ricostruito dall’accusa, sarebbe avvenuto anche a bordo del pullman. Quando il giudice Antonio Borretta ha letto il dispositivo, l’imputato non era in aula. È rimasto in carcere, dove si trova detenuto da oltre un anno. Incrociare lo sguardo dei genitori delle vittime, ha fatto sapere, gli avrebbe causato «troppo imbarazzo». La sostituta procuratrice Eleonora Sciorella aveva chiesto una pena di sedici anni di reclusione, già ridotta di un terzo per la scelta del rito abbreviato. Il tribunale ha stabilito una condanna più contenuta, accompagnata però da tre provvisionali: 50 mila euro per una delle bambine, 20 mila per la seconda, 8 mila per la terza. Le vittime erano costituite parte civile attraverso i genitori, assistiti dagli avvocati Chiara Luciani, Renato Rolla e Mariangela Melliti. L’uomo resta in carcere. Solo un’eventuale rinuncia all’appello potrebbe consentirgli uno sconto di pena, come previsto dalla legge. La difesa è affidata all’avvocato Mauro Molinengo, subentrato al precedente legale nelle ultime fasi del processo. Per anni nulla aveva fatto emergere quanto stava accadendo. Nessun precedente penale, nessuna segnalazione. L’inchiesta è partita circa un anno fa dalla denuncia di una coppia di amici storici dell’imputato. La loro figlia, dopo un lungo silenzio, aveva raccontato gli abusi subiti. L’autista frequentava la casa come babysitter dal 2021. Secondo la ricostruzione dell’accusa, inizialmente avrebbe mostrato alla bambina filmati pornografici, per poi spingersi gradualmente verso le violenze. La piccola si fidava e non aveva mai parlato. Dalla prima denuncia sono emersi altri episodi. In un caso l’uomo avrebbe palpeggiato una bambina durante il tragitto sullo scuolabus. In un altro avrebbe tentato un approccio regalando una biro a una passeggera. Il processo si è svolto a porte chiuse. L’imputato ha reso interrogatorio solo mesi dopo l’arresto e la perquisizione nella sua abitazione, dove gli inquirenti hanno trovato numerosi video pedopornografici conservati sui dispositivi elettronici. Nel corso delle dichiarazioni aveva anche sostenuto che una delle vittime fosse consenziente, una tesi respinta dal tribunale. Il processo si è svolto a porte chiuse. L’imputato aveva deciso di rendere interrogatorio solo diversi mesi dopo l’arresto e la perquisizione nella sua abitazione, dove gli inquirenti avevano trovato numerosi filmati pedopornografici sui suoi dispositivi elettronici. A tratti scusandosi, aveva sostenuto che almeno una delle vittime fosse consenziente, pur essendo una bambina. Terminate le indagini, aveva chiesto e ottenuto il rito abbreviato, senza subordinazione a una perizia psichiatrica che avrebbe potuto attenuare la sua posizione. Dal carcere, ha fatto pervenire una lettera ai genitori delle vittime: «Vi chiedo scusa – ha scritto – sono mortificato per ciò che è accaduto».
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