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Economia & Finanza

Le banche italiane hanno "troppi" soldi: ecco i miliardi nascosti e cosa ne faranno (e perché)

L'eccesso di capitale rilancia il Risiko bancario: Unicredit in prima linea, Mps e Banco Bpm nel mirino, occhio a Banca di Asti

banche italiane, tesoretto da 14 miliardi: il secondo round del risiko scalda i motori

La prima ondata del risiko e la compressione dei margini hanno ridotto la scorta di munizioni, ma non l’hanno azzerata. A fine settembre il sistema bancario italiano conserva un eccesso di capitale di circa 14 miliardi, in lieve calo rispetto ai 15,4 miliardi del 30 giugno 2024. È il frutto di un biennio eccezionale: profitti record, gestione del rischio disciplinata, payout generosi ma calibrati. E ora quelle risorse, come analizza MilanoFinanza, tornano al centro del tavolo, in vista del secondo round del consolidamento.


Le munizione residue: chi ha più benzina
In cima alla graduatoria resta Unicredit, con 5,25 miliardi di capitale in eccesso nonostante le pedine mosse negli ultimi quindici mesi su Commerzbank, Alpha Bank e Generali. Seguono Mps con 3,3 miliardi, Intesa Sanpaolo con 2,6 miliardi, Bper con 1,8 miliardi e Banco Bpm con circa un miliardo. Per alcuni gruppi — come Piazza Gae Aulenti — il cuscinetto si è assottigliato rispetto al 30 giugno; per altri, come Intesa, è cresciuto. In ogni caso, la liquidità per operazioni di peso non manca.

Il caso MPS: più rischio, più capitale da investire
La situazione più interessante riguarda Rocca Salimbeni. L’eccesso di capitale è aumentato pur a fronte di un Cet1 sceso dal 18,07% al 16,9%, effetto del raddoppio delle attività ponderate per il rischio (da 48,2 a 85,2 miliardi) seguito all’acquisizione di Mediobanca. Il goodwill contabilizzato ha compresso il coefficiente, ma in termini assoluti il capitale sopra il target del 13% è salito, ampliando il margine di manovra per crescita e M&A.

Che cos'è l'eccesso di capitale e perché conta
Per capire di cosa parliamo, occorre fissare la soglia di sicurezza: per le grandi e medie banche italiane si colloca in media tra il 12 e il 13% di Cet1, al di sotto della quale ci si avvicina ai target Srep, considerati dal regolatore il minimo accettabile. Scendere troppo può imporre ricapitalizzazioni o la riduzione dell’attivo, con effetti su rating e percezione del mercato. Ma anche stare “troppo in alto” non è gratis: se il costo del capitale supera il rendimento, l’eccesso diventa zavorra che schiaccia marginalità e multipli. Da qui la corsa a impieghi efficienti.

Dalla cura dimagrante alla cassa piena
Il rafforzamento patrimoniale è una storia lunga: dal 2009 in poi, circa 70 miliardi di aumenti di capitale per assorbire svalutazioni, sostenere la crescita e rispettare requisiti Bce. In parallelo, cessioni di attività non core: Unicredit, ai tempi di Jean Pierre Mustier, ha monetizzato partecipazioni in Pioneer, Pekao e Fineco, liberando risorse. Negli ultimi anni, l’impennata dei tassi ha fatto il resto: al 30 settembre le sette principali banche hanno messo a segno utili aggregati per 21,6 miliardi, +9% rispetto ai 19,8 miliardi dello stesso periodo del 2024. Un flusso che ha gonfiato la montagna di capitale, nonostante payout generosi. Gli ultimi Cet1 ne danno misura: Credem 17,5%, Mps 16,9%, Popolare di Sondrio 16,6%, Bper 15,1%, Unicredit 14,8%, Intesa Sanpaolo 13,9%, Banco Bpm 13,5%. Solidità come fattore di resilienza, ma anche leva da impiegare con giudizio.

Buyback al capolinea? Cresce l'opzione M&A
Finora una parte del surplus è andata in buyback, sostenendo quotazioni e consenso. Ma l’effetto “stampella” sui prezzi svanisce man mano che sale la capitalizzazione, riducendo la convenienza degli acquisti. Per questo le operazioni straordinarie tornano in cima all’agenda: permettono di rafforzare la posizione competitiva, estrarre sinergie e impiegare capitale senza deprimere i rendimenti.

Le prossime mosse: i dossier caldi
Tutti gli occhi su Unicredit. La banca guidata da Andrea Orcel ha avviato la prima fase del risiko, senza ancora chiudere il “colpo grosso”. Nelle ultime settimane sono riemerse le voci su un’operazione straordinaria su Mps: i riflettori sono sul 17,5% che Delfin detiene in Siena. Sia Piazza Gae Aulenti sia la cassaforte dei Del Vecchio hanno frenato, ricordando che nulla è allo stato attuale. Ma il fascicolo non è archiviato. Non è escluso un ritorno di fiamma per Banco Bpm, complice l’allentamento del golden power e la progressiva avanzata di Crédit Agricole nel capitale di Piazza Meda. Con il titolo Unicredit ai massimi e oltre cinque miliardi di risorse disponibili, la capacità di eseguire un blitz non è in discussione: la variabile è il timing, in un mercato che premia la disciplina ma non perdona gli errori di prezzo.

Ferma, per ammissione più volte ribadita del ceo Carlo Messina, Intesa Sanpaolo, occhio ancora alla situazione Banca di Asti, con la fondazione Cassa di Risparmio di Asti obbligata a cedere fino al 30% delle sue quote: un dossier che interessa Credem, BPM ma anche Unicredit. La partita è ancora aperta.

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