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I dati
27 Marzo 2026 - 10:26
Accampati sotto portici, ponteggi, persino altalene, come accade in alcune aree giochi della città. Sono oltre mille gli «invisibili» a Torino: 1.036, per l’esattezza.
Li hanno contati di notte, nel freddo pungente tra il 26 e il 28 gennaio 2026. Il censimento «Tutti contano», promosso da Istat e Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, restituisce una fotografia netta: il capoluogo piemontese è la terza città per concentrazione di senza fissa dimora delle 14 aree metropolitane italiane.
Ma il dato che pesa è un altro: dei mille senzatetto, 664 persone trovano posto nelle strutture, mentre 372 dormono ancora in strada. Quasi quattro su dieci restano fuori. E, se anche tutti accettassero un rifugio sicuro, ci sarebbe posto solo per 770 di loro (tanti sono i posti di letto presenti nelle 29 strutture).
Così, ogni notte, centinaia di persone si rifugiano dove possono. Oltre la metà — il 53,5 per cento — si concentra nel centro storico e nelle zone pedonali, sotto i portici e nei sottopassi, alla ricerca di un riparo.
Il profilo è definito: il 67,3 per cento ha tra i 31 e i 60 anni, 116 sono giovani, 101 hanno più di 60 anni. Le donne sono una minoranza: 117 nelle strutture, pari al 17,6 per cento, e ancora meno tra chi vive per strada.
Mentre la componente straniera si attesta come la maggioritaria: il 62,6 per cento del totale, che sale al 77,7 per cento (516 persone) tra chi è accolto nei dormitori.
Torino è seconda solo a Roma per numero di strutture, ma ogni dormitorio ospita in media 26,6 persone. Un sistema che regge, ma non assorbe tutto il bisogno. «I dati restituiscono una città in linea con la media nazionale, con una percentuale più bassa rispetto ad altre realtà», commenta l’assessore alle Politiche sociali Jacopo Rosatelli. Ma il punto resta: centinaia di persone continuano a vivere fuori da ogni protezione.
E sul fronte politico, la capogruppo di Stati Uniti d’Europa in Regione Vittoria Nallo punta il dito: «Oltre mille persone senza dimora, quasi 400 in strada. Chi resta fuori ha spesso problemi psichiatrici o dipendenze. È qui che emerge l’assenza della Regione», attacca. Nel mirino gli assessori Federico Riboldi (Sanità) e Maurizio Marrone (Politiche Sociali), intestatari del protocollo d’intesa scaduto due anni. «Manca una rete adeguata per l’assistenza psichiatrica e le dipendenze», accusa Nallo.
Da qui l’annuncio di un’interrogazione appena depositata, lo scorso 17 marzo, per chiedere un chiaro aggiornamento ai vertici della Regione. «Non si può scaricare tutto sui servizi sociali dei Comuni o sulla polizia locale», conclude.
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