C’è una regola poco conosciuta che può incidere direttamente sulla durata di una guerra americana: si chiama War Powers Act. È una legge che impone un limite temporale alle operazioni militari decise dal presidente, anche quando il conflitto è già iniziato.
Approvata nel 1973 dopo la guerra in Vietnam, nasce per evitare che un presidente possa portare avanti un intervento senza il controllo del Congresso. Il meccanismo è chiaro: quando iniziano le operazioni, il presidente deve informare il Congresso entro 48 ore. Da quel momento decorre un termine preciso.
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È quanto avvenuto nel caso del conflitto con l’Iran. Dopo l’avvio delle operazioni il 28 febbraio 2026, l’amministrazione ha notificato l’intervento, rispettando il primo obbligo previsto dalla legge. In questa fase iniziale, il presidente può agire senza un’autorizzazione preventiva. Il limite entra in gioco successivamente. Dopo 60 giorni, le operazioni devono essere interrotte oppure autorizzate formalmente dal Congresso. In alternativa, è prevista una finestra massima di 90 giorni, limitata alle operazioni necessarie per il ritiro delle truppe. Alla data dell’8 aprile 2026, sono trascorsi 40 giorni dall’inizio delle operazioni. Ne mancano quindi 20 alla prima soglia dei 60 giorni, fissata al 28 aprile. La scadenza massima dei 90 giorni cadrebbe invece il 28 maggio.
Fino a questo momento, dunque, Trump ha agito all’interno dei poteri previsti, senza richiedere un’autorizzazione formale al Congresso. Ma se le operazioni dovessero proseguire oltre fine aprile, si aprirebbe una fase diversa: il presidente dovrebbe ottenere un via libera politico oppure iniziare a ridurre l’intervento. In altre parole, il presidente può avviare un’operazione militare senza il Congresso, ma non può proseguirla indefinitamente senza un passaggio politico.
Nel frattempo, però, il quadro si è mosso rapidamente. Nella notte tra il 7 e l’8 aprile, a pochi minuti da un ultimatum che prevedeva possibili attacchi contro infrastrutture iraniane, è stata raggiunta un’intesa: Stati Uniti e Iran hanno concordato un cessate il fuoco temporaneo di due settimane, con il coinvolgimento anche di Israele. L’accordo ruota attorno a un nodo strategico centrale, la riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico energetico globale. La mediazione è arrivata attraverso attori internazionali, tra cui il Pakistan, dopo ore di tensione crescente e minacce di escalation.
La tregua resta tuttavia fragile. È limitata nel tempo, con una durata iniziale di due settimane. Restano divergenze su dossier cruciali, come il nucleare iraniano, e Israele ha già chiarito che alcune operazioni, in particolare in Libano, potrebbero proseguire.
In questo contesto assume rilievo anche il linguaggio utilizzato dalla politica. Trump ha evitato di parlare di “guerra”, preferendo la definizione di “operazione militare”.
Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, infatti, gli Stati Uniti non hanno più dichiarato formalmente guerra. L’ultima dichiarazione risale al 1942. Da allora, i principali conflitti — dalla Corea al Vietnam, fino all’Iraq e all’Afghanistan — sono stati condotti senza un atto formale del Congresso.
La distinzione ha un valore giuridico. Dichiarare guerra implica un coinvolgimento diretto del Congresso, chiamato a votare e ad assumersi una responsabilità politica esplicita. Definire invece un intervento come “operazione militare” o “uso della forza” consente al presidente margini più ampi di azione, spesso basati su autorizzazioni generiche o interpretazioni estese dei poteri esecutivi.
Alla base di questo approccio si colloca anche una linea strategica consolidata nella politica estera americana, riassunta nell’espressione “peace through strength”. Il principio è quello della deterrenza: mantenere una superiorità militare tale da scoraggiare i conflitti.

Il concetto, pur affondando le sue radici in epoche precedenti, è stato lanciato in modo deciso negli anni Ottanta da Ronald Reagan, che lo utilizzò come pilastro della sua strategia nei confronti dell’Unione Sovietica. Donald Trump ne ha ripreso l’impostazione, proponendolo non solo come linea politica, ma come approccio operativo.