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IL COLLOQUIO
24 Giugno 2024 - 19:00
Torino oggi ha bisogno di «uno sguardo profetico». Perché «mai, come in questo tempo, si sta verificando il pericolo che le donne e gli uomini vengano percepiti non più come fine di tutta la realtà economica, lavorativa, sociale e politica, ma vengano percepiti come strumenti, come mezzi. E allora c’è bisogno dello sguardo della profezia. C’è bisogno di ritrovare gli occhi di Dio su di noi e sulla nostra città. Viviamo un tempo di sviluppo tecnico che non si è mai verificato nella storia. Eppure lo sappiamo tutti, questo a volte ci impaurisce, perché non sempre siamo padroni della tecnica che produciamo. A volte è proprio questa tecnica che ci rende strumenti e mezzi: schiavi, un fine e mai un mezzo. Lo dice ereditando il meglio della tradizione cristiana. Lo dice facendosi espressione del meglio della ragione degli uomini.

Ma questo oggi a volte può rischiare di essere compromesso. Qualche volta rabbrividisco un po’ pensando che leggiamo i libri della storia e giustamente rimaniamo sconcertati dal fatto che nella vicenda della nostra umanità ci sia stata la schiavitù. Rabbrividisco perché penso che, forse, oggi non abbiamo occhi abbastanza lucidi per vedere le schiavitù di oggi, anzi, che qualche volta alcune ideologie sono così potenti e così annebbianti da non farci vedere le nuove schiavitù di oggi. E allora abbiamo bisogno, anche oggi, della profezia, dello sguardo e degli occhi di Dio». Parla di disparità sociali e del lavoro che manca, causando povertà e nuove schiavitù, l’arcivescovo Roberto Repole nella sua omelia di San Giovanni. Un appello che parte da Torino e abbraccia l’Italia.

Monsignore, parlando di lavoro nella sua omelia si è riferito alla schiavitù moderna e alle ideologie che tendiamo a sottovalutare. Cosa intende esattamente?
«Bisogna impegnarci affinché il lavoro sia accessibile a tutti, perché dà dignità e possibilità di mantenere la famiglia. Quando ciò non avviene, dobbiamo porci delle domande. Anche le ideologie possono essere limitanti. Come cristiano, credo che il Vangelo mi dia una luce per rimanere libero e mi piacerebbe condividere questa luce con chiunque voglia vederla».
A proposito di lavoro, lei ha scritto ai vertici di Stellantis riguardo la situazione occupazionale e la cassa integrazione. Ha ricevuto una risposta?
«Sì, non solo io. Credo che tutti abbiamo ricevuto una risposta positiva. Questo ci dà speranza per il futuro e la possibilità di lavorare insieme. Spero che questo sia l’inizio di un cammino condiviso, coinvolgendo non solo gli industriali, ma anche la politica, la Chiesa e tutte le persone di buona volontà».
Quanto al rischio di disparità sociali, il governo ha appena varato la “autonomia differenziata” cosa ne pensa?
«L’autonomia differenziata è un tema complesso. Il Piemonte, pur essendo al nord, dal punto di vista economico è spesso considerato il sud del nord. Penso che quando si fanno riforme che toccano la Costituzione bisognerebbe cercare il più grande consenso possibile. I padri costituenti, pur con grandi differenze ideali, sono riusciti a creare un gioiello come la nostra Costituzione. Oggi il pericolo è che non abbiamo grandi visioni e siamo sempre in conflitto. Dal punto di vista del merito, il principio di sussidiarietà è buono, ma c’è il rischio che possa aumentare i divari sociali ed economici».
Quali sono le sue preoccupazioni a riguardo?
«Ci sono cose che non vediamo o a cui ci abituiamo. Nel mondo del lavoro, per esempio, chi lavora, lavora sempre, mentre chi non lavora non ha l’accesso alle risorse per mantenere la propria famiglia. Inoltre, il progresso tecnico non è necessariamente progresso umano. Non dovremmo pensare che la vita di una persona possa essere solo uno strumento per la felicità di un’altra».

Monsignore, uscendo dalle questioni sociali legate all’economia e al lavoro, settimana scorsa c’è stato il Pride, che ha suscitato molte discussioni a causa di un’espressione del pontefice, forse un po’ troppo forte sulla “frociaggiane”. Che ne pensa?
«Il messaggio della Chiesa è di accoglienza per tutte le persone. Nella Chiesa, tutti, me compreso, sono invitati a seguire Cristo e a vivere secondo il Vangelo».
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