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LA STORIA
04 Aprile 2023 - 20:23
Il team dei giovani dottori in missione in Turchia
Far nascere i bimbi in mezzo alle scosse di terremoto. Come quella notte quando in sala operatoria ne hanno vissuta una fortissima: 6.8 di magnitudo, come all’Aquila. «Sembrava di essere a bordo di una macchina che sbandava, sono stati dieci secondi di terrore», ammette Fiammetta Gervasoni, giovane specializzanda in Ginecologia e Ostetricia che ha fatto parte del team di medici torinesi del Sant'Anna in missione in Turchia. Scopo della missione, far partorire le mamme in una nazione dove i dottori che dovevano farlo erano, per la maggior parte, morti. E sono stati 31 i bambini nati nell’ospedale da campo Emt2 della Regione, messo in piedi ad Antiochia in sole 36 ore, grande 4mila metri quadri e sorto al posto di un campo da calcio distrutto dal sisma. Una struttura unica in Italia, di quel genere, mentre al mondo ce ne sono dodici.

I medici torinesi, coordinati da Mario Raviolo, capo della missione della maxi-emergenza regionale in Turchia, si sono divisi in due team, ognuno composto da 76 persone tra medici, infermieri, personale logistico e 40 volontari della Protezione civile. Il primo team è partito il 15 febbraio ed è tornato il 4 marzo, il secondo è stato in Turchia dal 4 al 19 marzo. «Siamo arrivati di notte - racconta Ilaria Natali e Fidalma Boninu- e faceva un freddo polare. Lavoravamo in condizioni difficilissime e alcuni strumenti non li avevamo».
Dunque far nascere i bambini, in quelle condizioni, era un’impresa. Eppure momenti felici ce ne sono stati come quella sera in cui una mamma, che viveva in una tendopoli, ha partorito due gemelli, nati prematuri, a distanza di un’ora l’uno dall’altro. Seppur tra mille difficoltà e costruito in tempo record, l’ospedale era munito ambulatorio, sala gessi, sala parto che diventava sala operatoria, ortopedia, pronto soccorso, laboratorio analisi. Tutto in 4mila metri quadri. Anzi, non proprio tutto: la terapia intensiva neonatale non c’era e la prima disponibile era raggiungibile in tre ore di macchina.

La giornata tipo dei giovani dottori torinesi, in mezzo al disastro, la racconta Gianluca Bertschy: «Sveglia presto, poi turni da 12 ore con la reperibilità notturna per chi lavorava al mattino». E si lavorava duramente, perché l’emergenza era continua: ogni giorno, gli accessi all’ambulatorio erano almeno una quarantina. «Avevamo così tanto lavoro che non abbiamo mai potuto chiamare a casa», ammette Ilaria Natali. Il tutto senza sapere la lingua, in un paese straniero e per di più devastato dal terremoto. Nonostante ciò, anche grazie agli “eroi” della nostra sanità, 31 nuove vite sono venute al mondo.

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