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LA STORIA

I medici "eroi" in missione in Turchia: «I bimbi nascevano tra le scosse di terremoto»

Il racconto dei giovani dottori torinesi nel paese devastato: «Chiamare a casa? C'era troppo lavoro»

Il team dei giovani dottori in missione in Turchia

Il team dei giovani dottori in missione in Turchia

Far nascere i bimbi in mezzo alle scosse di terremoto. Come quella notte quando in sala operatoria ne hanno vissuta una fortissima: 6.8 di magnitudo, come all’Aquila. «Sembrava di essere a bordo di una macchina che sbandava, sono stati dieci secondi di terrore», ammette Fiammetta Gervasoni, giovane specializzanda in Ginecologia e Ostetricia che ha fatto parte del team di medici torinesi del Sant'Anna in missione in Turchia. Scopo della missione, far partorire le mamme in una nazione dove i dottori che dovevano farlo erano, per la maggior parte, morti. E sono stati 31 i bambini nati nell’ospedale da campo Emt2 della Regione, messo in piedi ad Antiochia in sole 36 ore, grande 4mila metri quadri e sorto al posto di un campo da calcio distrutto dal sisma. Una struttura unica in Italia, di quel genere, mentre al mondo ce ne sono dodici.

Un parto nell'ospedale da campo

I medici torinesi, coordinati da Mario Raviolo, capo della missione della maxi-emergenza regionale in Turchia, si sono divisi in due team, ognuno composto da 76 persone tra medici, infermieri, personale logistico e 40 volontari della Protezione civile. Il primo team è partito il 15 febbraio ed è tornato il 4 marzo, il secondo è stato in Turchia dal 4 al 19 marzo. «Siamo arrivati di notte - racconta Ilaria Natali e Fidalma Boninu- e faceva un freddo polare. Lavoravamo in condizioni difficilissime e alcuni strumenti non li avevamo».

Dunque far nascere i bambini, in quelle condizioni, era un’impresa. Eppure momenti felici ce ne sono stati come quella sera in cui una mamma, che viveva in una tendopoli, ha partorito due gemelli, nati prematuri, a distanza di un’ora l’uno dall’altro. Seppur tra mille difficoltà e costruito in tempo record, l’ospedale era munito ambulatorio, sala gessi, sala parto che diventava sala operatoria, ortopedia, pronto soccorso, laboratorio analisi. Tutto in 4mila metri quadri. Anzi, non proprio tutto: la terapia intensiva neonatale non c’era e la prima disponibile era raggiungibile in tre ore di macchina.

Il team al completo

La giornata tipo dei giovani dottori torinesi, in mezzo al disastro, la racconta Gianluca Bertschy: «Sveglia presto, poi turni da 12 ore con la reperibilità notturna per chi lavorava al mattino». E si lavorava duramente, perché l’emergenza era continua: ogni giorno, gli accessi all’ambulatorio erano almeno una quarantina. «Avevamo così tanto lavoro che non abbiamo mai potuto chiamare a casa», ammette Ilaria Natali. Il tutto senza sapere la lingua, in un paese straniero e per di più devastato dal terremoto. Nonostante ciò, anche grazie agli “eroi” della nostra sanità, 31 nuove vite sono venute al mondo.

L'ospedale da campo in Turchia

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