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04 Gennaio 2026 - 14:00
Il Venezuela detiene il primato mondiale per quantità di petrolio nel sottosuolo, un fattore che ha pesantemente inciso sugli eventi recenti nella regione, incluso l’intervento militare degli Stati Uniti tra il 2 e il 3 gennaio 2026, culminato con la cattura del presidente Nicolas Maduro. L’“oro nero” venezuelano non è solo una risorsa strategica: è un elemento centrale nella partita geopolitica globale, che vede gli USA e le grandi potenze competere per il controllo delle riserve energetiche.
Secondo i dati più aggiornati dell’Energy Information Administration (EIA), agenzia del Dipartimento dell’Energia statunitense, nel 2019 il Venezuela possedeva circa 303 miliardi di barili di petrolio, pari al 18% delle riserve mondiali. Una quantità superiore a quella dell’Arabia Saudita, stimata tra 267 e 298 miliardi di barili, e molto più alta rispetto a Canada (170 miliardi), Iran (158 miliardi), Iraq (145 miliardi) e Kuwait (101 miliardi). Stati Uniti (36,5 miliardi), Cina (125 miliardi) e Russia (80 miliardi) sono invece molto più indietro.
Nonostante il deterioramento delle infrastrutture, le sanzioni e i recenti sequestri navali, il Venezuela resta il Paese con il maggiore potenziale di estrazione petrolifera al mondo.
Il greggio del Venezuela, pur abbondante, non è di alta qualità: è pesante e molto solforoso, definito “crudo duro” dagli standard internazionali. L’API Gravity del Merey venezuelano si aggira attorno a 15°, molto inferiore rispetto all’Arab Light (33°) o al Brent del Nord Europa (38°). Questo significa che il petrolio è più difficile da raffinare, ma Paesi come Cina e India hanno le tecnologie necessarie per trasformarlo, approfittando dei prezzi bassi e ottenendo margini significativi.
Le maggiori riserve si trovano nella Faja Petrolífera del Orinoco, tra gli stati di Guárico e Delta Amacuro, con il sito di Cerro Negro capace di produrre circa 500.000 barili al giorno. Altri giacimenti significativi si trovano nella regione del Lago di Maracaibo, nello stato di Zulia, a nord-ovest del Paese. Con il recente intervento statunitense e la prospettiva di una nuova leadership favorevole agli USA, questi siti potrebbero tornare a piena produttività.
Il petrolio venezuelano non è solo energia: è anche leva geopolitica. Il Paese possiede risorse come terre rare e coltan, essenziali per smartphone, missili e tecnologie avanzate, rendendolo un nodo strategico nella competizione globale. Il controllo di queste risorse permette alle superpotenze di estendere la propria influenza senza affrontarsi direttamente, seguendo una logica di “sfera di influenza” che risale alla Dottrina Monroe del 1823.
Gli accordi tra Venezuela, Cina e Russia spiegano l’importanza di questo Paese nel mercato globale dell’energia. La rimozione di Maduro e l’avvento di una leadership più allineata agli interessi statunitensi potrebbe modificare gli equilibri regionali e globali, con conseguenze anche sulle relazioni con la Cina e altre potenze asiatiche.
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