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Il caso

La minaccia di Askatasuna «Il 31 ci prendiamo tutta la città»

Tre cortei dalle stazioni a Vanchiglia

La minaccia di Askatasuna «Il 31 ci prendiamo tutta la città»

Dopo cinque ore di assemblea “la passeggiata in Vanchiglia”. Un corteo improvvisato - ma tutti se lo aspettavano - al termine dell’assemblea nazionale per Askatasuna. Sotto la pioggia e al freddo, si sono radunati fuori dal Campus Einaudi. Lo striscione in testa “Askatasuna vuole dire libertà, il futuro comincia adesso” scritto in rosso e nero su un lenzuolo bianco. Bandiere No Tav, ombrelli. Alla partenza la Digos ha provato a cercare un dialogo con i manifestanti. Ma loro non ne hanno voluto sapere. Oltrepassato corso Regina Margherita il corteo ha girato per via Balbo sfilando e intonando cori contro la polizia e la Digos.


Tutto intorno i Reparti Mobili avevano tracciato confini con nastri rossi e bianchi e le camionette, a impedire in tutti i modi ai partecipanti alla manifestazione di avvicinarsi all’edificio del centro sociale. Le macchine si sono ritrovate imbottigliate nelle vie del centro. C’è stato un solo punto dove si sono temute tensioni - che non ci sono state - la testa del corteo a pochi metri dai poliziotti schierati con casco scudi. Anche lì, diversi i cori contro le forze dell’ordine e insulti verso la premier Meloni. Poi sono ripartiti giurando “torneremo”.

Lo striscione era tenuto da una mezza dozzina di ragazzi e ragazze. Tutti giovanissimi. Arrivati in piazza Santa Giulia «adesso vuota a causa della militarizzazione del quartiere», secondo gli antagonisti che insinuano la moria della movida in zona sia causata dalla polizia nel quartiere, i manifestanti hanno appeso lo striscione e terminato il corteo.
«Ci siamo e ci saremo, l’Askatasuna » nostra e la difenderemo» cantavano alla partenza. «Noi ci prenderemo la città» dichiaravano in assemblea «il 31 gennaio sarà un corteo nazionale. E sarà solo l’inizio». Una manifestazione che vedrà tre punti di partenza: Porta Nuova, Porta Susa e Palazzo Nuovo «per poi diventare un unico corteo con un solo obiettivo». Quale? L’edificio di corso Regina Margherita? «Giorgia Meloni e i suoi ministri ci vogliono in galera. Ci avranno nelle piazze».
Un migliaio i partecipanti all’assemblea, con il manifesto di “chiamata alle armi” per il 31 opera del fumettista Zerocalcare. Ci sono i sindacati, gli studenti universitari e quelli liceali, i centri sociali di tutta Italia. Ci sono anche gli autonomi del Leoncavallo, il noto centro sociale sgomberato qualche settimana fa, a Milano. Da loro arrivano proposte di «una piattaforma dove coinvolgere tutti, creare una campagna che possa far confluire all’interno realtà come collettivi, associazioni. Per molto tempo lo sport degli antagonisti è stato quello di criticarli uno con l’altro. Questo non possiamo più permettercelo». Per il Leoncavallo sarebbe importante anche coinvolgere artisti e personaggi dello spettacolo. È chiaro, dalle intenzioni delle persone che parlano, che quello che si sta cercando di creare a Torino è qualcosa di più di un gruppo che vuole occuparsi di spazi occupati e basta.


Una saldatura inquietante, che coinvolge anche i sindacati di base come Usb e Cobas - presenti all’assemblea - e personaggi come l’ex segretario Fiom Giorgio Cremaschi, divenuto poco tempo fa uno dei cosiddetti garanti del patto con il Comune di Torino.
Per il 31 gennaio è quasi certo un afflusso massiccio di persone da tutta Italia, e forse Europa, per una manifestazione ad altissima tensione. Lo scopo dei manifestanti, con i tre cortei, è convergere solo su Askatasuna, oppure obbligare le forze di polizia a diversi in diversi scontri? Altro elemento ad alta tensione, quel pomeriggio a Torino è prevista l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

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