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CRONACA GIUDIZIARIA
20 Gennaio 2026 - 16:26
«Se solo qualcuno mi avesse detto dell’aggressione a Ventimiglia, forse tutto sarebbe stato diverso». Con queste parole Annalisa Spataro rompe il silenzio in tribunale, raccontando la sua verità nel processo per omicidio colposo che la vede imputata insieme al medico Fulvio Pitanti. La vicenda riguarda Moussa Balde, 23 anni, originario della Guinea, che il 22 maggio 2021 si tolse la vita nell’“Ospedaletto” del Cpr di corso Brunelleschi. Ieri mattina, Spataro, ex responsabile dei servizi della persona, ha rilasciato dichiarazioni spontanee, partendo dal suo primo incontro con il giovane. «Era tranquillo, mi ha sorriso quando gli ho chiesto se volesse essere trasferito: “Sto bene qui, guardo la televisione e faccio quello che voglio. Ho già chiesto il rimpatrio, non voglio restare in Italia”». Come da prassi, le era stato offerto un colloquio con uno psicologo, rifiutato da Balde: «Non potevamo obbligarlo». L’ex responsabile punta il dito verso chi avrebbe potuto fare di più: «L’avvocato di Balde lo incontrò il 21 maggio: perché non mi parlò dell’aggressione a Ventimiglia? E perché la garante dei detenuti, Monica Gallo, non ha risposto al mio messaggio confermando che era lui? Bastava così poco». Spataro ha poi spiegato i limiti del suo ruolo: «Non avevo competenze mediche e non era mio compito conoscere il passato dei detenuti. Definirmi direttrice del Cpr è fuorviante: ero la responsabile dei servizi della persona, senza alcun potere decisionale in un sistema istituzionale maschile che spesso mi ricordava il mio ruolo di civile». Ha raccontato le pressioni e le contraddizioni quotidiane: «Le forze dell’ordine mi attribuivano poteri quando faceva loro comodo, ma mi consideravano inadeguata se non prendevo decisioni. Io ero lì solo per lavorare». La donna si è commossa più volte in aula: «Non ho mai pensato a soluzioni facili o alternative, ma so quello che ho fatto per Moussa Balde. Non l’ho abbandonato: ho agito con gli strumenti che avevo a disposizione».
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