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02 Aprile 2026 - 20:20
Una singola nave potrebbe avere un impatto decisivo sui viaggi estivi di milioni di persone. Si tratta della petroliera Rong Lin Wan, lunga oltre 250 metri e battente bandiera di Singapore, attualmente in navigazione lungo le coste dell’Africa occidentale. Il suo arrivo previsto a Rotterdam il 9 aprile rappresenta un momento cruciale: a bordo trasporta infatti l’ultimo carico di jet fuel partito dal Golfo Persico prima della chiusura dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta della guerra in Iran.
Partita il 26 febbraio dal porto kuwaitiano di Mina Al Ahmadi, la nave è riuscita a transitare nello stretto poco prima dello stop al traffico marittimo. Dopo il suo attracco, almeno nel breve periodo, non sono previsti nuovi rifornimenti di carburante aereo dal Medio Oriente verso l’Europa. Questo scenario preoccupa fortemente il settore: circa il 50% del cherosene utilizzato negli aeroporti europei proviene proprio da quell’area strategica.
Le prime conseguenze potrebbero emergere già tra fine aprile e inizio maggio, quando le scorte potrebbero ridursi fino alla metà rispetto ai livelli normali. Le compagnie stanno cercando di tamponare la situazione utilizzando le riserve strategiche e posticipando la manutenzione delle raffinerie, ma queste misure potrebbero non essere sufficienti.
I dati mostrano già un calo significativo: le importazioni di jet fuel sono scese a circa 420 mila barili al giorno, con una diminuzione del 40% in una sola settimana, toccando i livelli più bassi dal 2022. Anche le riserve nell’area Amsterdam-Rotterdam-Anversa risultano inferiori alla media stagionale.
Durante i mesi estivi — tra giugno e settembre — si prospetta uno scenario complesso:
meno voli disponibili
riduzione delle frequenze giornaliere
maggiori difficoltà per le destinazioni turistiche, soprattutto isole e aeroporti periferici
Alcune compagnie stanno già intervenendo: la low cost spagnola Volotea ha annunciato una riduzione dell’1% dei voli.
Tra i primi a lanciare l’allarme c’è stato Michael O’Leary, CEO di Ryanair, che ha evidenziato come la situazione dipenda fortemente dall’evoluzione del conflitto. Se lo stretto dovesse riaprire entro fine aprile, i rischi sarebbero contenuti; in caso contrario, fino al 25% delle forniture potrebbe risultare compromesso tra maggio e giugno.
Per l’estate, le conseguenze potrebbero includere cancellazioni di voli e una riduzione della capacità operativa. Anche i prezzi sono destinati a salire: si stima un aumento di oltre il 3% sui biglietti aerei.
Situazione simile per Lufthansa, che valuta di lasciare a terra fino a 40 aerei. Il CEO Carsten Spohr ha confermato che l’incremento dei costi del carburante avrà inevitabilmente un impatto sulle tariffe per i passeggeri.
Il problema è particolarmente grave per i Paesi europei più dipendenti dalle importazioni. In Italia, ad esempio, la produzione giornaliera di carburante nel 2025 è stata di circa 674 mila barili, contro un fabbisogno di 1,3 milioni: ciò significa che circa la metà viene acquistata dall’estero.
La dipendenza è ancora più marcata altrove:
Polonia: importazioni pari al 97% del fabbisogno
Grecia: circa 82%
Spagna e Portogallo: intorno al 70%
L’evoluzione della crisi resta legata agli sviluppi geopolitici. Se il conflitto dovesse protrarsi e il blocco dello Stretto di Hormuz continuare, l’Europa potrebbe affrontare un’estate caratterizzata da voli più costosi, minore disponibilità e disagi per i viaggiatori. Al contrario, una rapida riapertura delle rotte marittime potrebbe attenuare l’emergenza e stabilizzare il mercato.
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