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Il caso
19 Aprile 2026 - 16:47
Non è solo una targa, quella di via Perrone 5. È un punto fermo nella memoria di Torino, una riga di bronzo che trattiene una data e un nome: “Fulvio Croce, Avvocato, 8 giugno 1901 – 28 aprile 1977. Vittima del terrorismo”. Tra piazza Arbarello e corso Palestro, il portone elegante dello stabile non tradisce nulla di ciò che è accaduto lì dentro. Eppure, quel luogo è diventato uno dei simboli più netti degli anni di piombo. Il 28 aprile 1977 era un giorno di pioggia. Nel primo pomeriggio, l’avvocato Croce stava rientrando nel suo studio con le segretarie. In pochi istanti la scena si è spezzata: una giovane donna ha trattenuto le due assistenti, mentre un uomo ha estratto una rivoltella Nagant e ha aperto il fuoco. Due colpi, alla testa e al petto. Poi la fuga. L’azione porta la firma delle Brigate Rosse. Il commando era composto da Rocco Micaletto, capo della colonna torinese, Lorenzo Betassa, Raffaele Fiore e Angela Vai. Una struttura organizzata, militare, che in quegli anni colpiva figure considerate simboliche dello Stato. Croce non era un bersaglio scelto a caso. Presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, proveniva da Castelnuovo Nigra, nel Canavese. Aveva partecipato alla Resistenza e aveva ricevuto la medaglia d’oro al valor civile. Un profilo istituzionale, ma anche una scelta personale precisa nel momento in cui la giustizia italiana attraversava uno dei passaggi più delicati della sua storia. Nel 1976, il presidente della Corte d’Assise Barbaro gli aveva chiesto di assumere la difesa d’ufficio dei membri del nucleo storico delle Brigate Rosse. Tutti gli altri avvocati avevano rinunciato. La legge imponeva comunque la nomina di un difensore e Croce accettò, pur non essendo penalista. Una decisione che lo espose immediatamente a minacce esplicite.



Le Brigate Rosse avevano già indicato gli avvocati d’ufficio come “avvocati di regime”, annunciando conseguenze per chi avesse partecipato al processo. Una dichiarazione che, mesi dopo, si trasformò in esecuzione. Oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, quella vicenda continua a essere letta come uno dei momenti più alti e drammatici del confronto tra terrorismo e istituzioni. Croce viene ricordato come un uomo che non si sottrasse a un incarico imposto dalla legge, pur sapendo il rischio personale che comportava.


In questi giorni, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino, insieme a colleghi di Udine e a un progetto documentaristico, ha ripercorso quei luoghi. Dallo studio di via Perrone alle aule della Curia Maxima di via Corte d’Appello, fino a Palazzo Capris, sede della fondazione dedicata all’avvocato. Il percorso è stato curato dall’avvocato Antonio Vallone e ha incluso anche una visita a Castelnuovo Nigra, dove si trova la casa natale di Croce e la baita che utilizzava durante le battute di caccia. Un itinerario pensato non solo come commemorazione, ma come ricostruzione concreta di una biografia interrotta. «La sua è una storia che ci rende tutti orgogliosi», ha sottolineato Simona Grabbi, presidente dell’Ordine degli avvocati. Per il consigliere della fondazione Vittorio Rossini, la scelta di Croce resta il cuore della sua eredità: l’aver difeso, con la propria presenza, il principio stesso del diritto alla difesa.
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