In uno scenario di guerra che si fa sempre allucinante - bollettini di morti civili, tra cui bambini, che si aggiornano lugubremente, scoperte di fosse comuni, notizie di stupri e omicidi, saccheggi, torture ai membri della stampa da parte della
Russia - sentiamo anche il premier ucraino
Zelensky dichiarare che «c’è sempre la volontà di dialogare» con
Mosca. Ma è ancora una speranza cui aggrapparsi?
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I negoziati, ammesso che così li si potesse definire, non hanno avuto successo e d’altra parte il livello della tensione si è innalzato a un punto tale da rendere improbabile la via della diplomazia. L’
Europa, di fatto, sta scegliendo la sua porzione di campo con il sostegno indiscusso all’
Ucraina, ben sapendo che è una strada senza ritorno - di fatto, ci ritroveremmo con un Paese membro belligerante, anche se non per sua volontà - ed è anche questa una forma di escalation con non meno conseguenze di quella militare.
Nella giornata di ieri il premier inglese
Boris Johnson è volato a
Kiev, primo capo di Stato del
G7 a incontrare direttamente
Zelensky. Johnson ha promesso nuovi aiuti militari e ulteriori sanzioni economiche nei confronti della
Russia, confidando che queste possano fiaccare la determinazione putiniana, il quale - giova ricordarlo - starà anche pagando un duro tributo in termini di uomini e mezzi, ma non ha guerra e bombardamenti sul proprio territorio. A soffrire e patire è sempre e comunque la popolazione ucraina, vittima e «scudo umano» dello scontro ormai globale in atto.
L’
Italia, per parte sua, ha già impegnato 610 milioni di euro - cifre riferite dal
presidente del Consiglio Mario Draghi - di cui 500 per l’assistenza ai profughi. Il
ministro Luigi Di Maio, invece, ha detto che riaprirà la nostra ambasciata a
Kiev - al momento è stata spostata a
Leopoli, come quelle degli altri Paesi - come segno di vicinanza e di impegno. Tecnicamente, quindi, siamo anche noi sul campo. E sarà per questo che parte della politica deve uscire dalle sabbie mobili dei siil borghese segue dalla prima pagina lenzi o delle ambiguità.
Sivio Berlusconi, ieri tornato a intervenire a un meeting del partito, ha parlato di
Putin, dicendosene «deluso», ammettendo l’errore della sua visione «di vent’anni fa». Un errore condiviso da buona parte del centrodestra, ma non solo, evidentemente. Anche in
Germania ne sanno qualcosa, con un ex cancelliere socialdemocratico passato addirittura a guidare la società del gasdotto che alimenta l’
Europa. Ma sono analisi tardive e che al momento non hanno alcuna utilità effettiva. «Doveroso un immediato cessate il fuoco e spetta alla Russia farlo» è in sintesi il messaggio.
Ma il mondo sembra non avere abbastanza strumenti per convincere
Putin a questa mossa, non certo nel breve periodo. Ieri, qui in città, ci sono state due distinte manifestazioni: quella di
anarchici, Rifondazione, sindacalisti del Cub e centri sociali che si è mossa in corteo da
Borgo Dora a piazza Vittorio chiedendo il blocco dell’invio di armi a
Kiev; e quella del
Gruppo Abele in piazza Carignano, guidata da
don Ciotti, tutti in silenzio e seduti a terra «contro la guerra delle parole» e in segno di solidarietà al dolore del popolo ucraino. All’
Arsenale della Pace del Sermig, intanto, continua la raccolta di cibo e abiti e qualunque cosa possa aiutare quel popolo macellato.
andrea.monticone@cronacaqui.it