Per la prima volta dall’inizio di questa guerra qualcosa ha spezzato il già fragile equilibrio degli Stati membri dell’Unione Europea, a cui il nostro premier Draghi ha chiesto «compattezza e determinazione». E il qualcosa, sono le sanzioni contro Mosca, o meglio l’approvazione del sesto pacchetto che la Commissione europea avrebbe dovuto approvare nella tarda mattinata di ieri per creare ancora più isolamento politico ed economico allo zar. Ufficialmente gli ambasciatori Ue non hanno potuto approvare il pacchetto «avendo avuto poco tempo per esaminarlo». In realtà a bloccare le nuove misure, che prevedono in particolare l’embargo del petrolio, sono Ungheria e Slovacchia che vorrebbero delle deroghe. Ma c’è di più, in questo braccio di ferro con Putin, accompagnato anche dal timore che dopo il 9 maggio possano avverarsi le minacce di una guerra totale contro l’Ucraina, benché Mosca di fatto smentisca. La compattezza che predica Draghi, insomma, si sfalda e i singoli Paesi badano soprattutto al proprio tornaconto. Altro che “tetto” sul prezzo del gas. Dunque c’è da sperare solo nella diplomazia, anche se il tentativo di Macron che martedì ha avuto un lungo colloquio con Putin, non sembra avere aperto un nuovo capitolo di relazioni. O almeno senza cedere alla richieste dello zar che pone come condizione per una trattativa la sospensione dell’invio delle armi a Zelensky e la cancellazione di tutte le sanzioni economiche e finanziarie. Condizione che porrebbe l’Unione Europea e il suo alleato americano in uno stato di estrema debolezza, proprio mentre si è arrivati all'assalto finale russo alla Azovstal, che potrebbe segnare la "fine" della prima fase della guerra in Ucraina. C’è la sensazione che Mosca intenda accelerare i suoi piani di "guerra totale" contro Kiev, visto l'andamento degli attacchi e dei bombardamenti su tutto il territorio, a partire dalla zona occidentale dove, per la prima volta, nel mirino è finita anche la Transcarpazia, al confine con l'Ungheria. Il contesto generale, dunque, è assai frammentato. E anche a casa nostra sta salendo la tensione tra chi sostiene la linea dura del governo sull’invio delle armi e chi, pur facendo parte dell’esecutivo come i 5 Stelle e la Lega, comincia a mostrare dubbi e a chiedersi se sia opportuno continuare a sostenere la resistenza ucraina. Tutti, ovviamente, caldeggiano la pace, ma arrivati al 70esimo giorno di conflitto emergono le spaccature sulla strategia da adottare. E persino l’intervento del Papa che si è detto disponibile ad un incontro con Putin, diventa una questione divisiva, specie dopo le parole del patriarca russo che ne ha criticato il tono. Resta da capire se questo stop alle sanzioni servirà, almeno lo speriamo, ad aprire un nuovo sentiero di umanità. O almeno un primo passo utile per entrambe le parti.
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