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03 Dicembre 2020 - 08:42
Una storia può iniziare in molti modi: con un’immagine o un suono che scatena la fantasia, una trama interrotta, uno spirito inquieto animato dall’urgenza di narrarsi. La storia di Gabriele Dadati incomincia con un messaggio su WhatsApp mentre lui è sotto la doccia. Un avvio più prosaico e contemporaneo, all’apparenza, ma che contiene tutte le modalità sopraelencate e forse qualcuna di più: ci sono un quadro, il Ritratto di signora di Gustav Klimt, un’eco di valzer viennesi e telai meccanici, una riapparizione, un’esposizione allestita nel dettaglio. Ma soprattutto ci sono domande, vite inghiottite dal tempo, prive di lapidi, nomi non più pronunciati. A partire dall’identità della modella: chi era questa signora che visse, o per meglio dire, dipinta due volte, prima circonfusa di seduzione e di moda, poi svelata nella sua bellezza giovane, inesperta del mondo e dell’arte? Cosa rappresentava per il pittore? Chi la rubò nel 1996 e chi l’ha restituita ventitré anni dopo? Perché è questa la notizia annunciata dal trillo di WhatsApp: il Ritratto è stato ritrovato, a pochi giorni dall’inaugurazione della mostra dedicata a Stefano Fugazza, direttore della Galleria Ricci Oddi ai tempi del furto.
Ecco, l’intreccio si è messo in moto, e Dadati sta per esserne avviluppato, lui che non ha alcuna propensione all’entusiasmo, ma che proprio per questo si dimostra il depositario ideale. Così, dal 2019, la scena si sposta con un repentino balzo all’indietro al 1910, all’incontro tra un’artista già affermato e una tessitrice scelta come modella per la réclame dell’atelier Schwestern Flöge; poi il flusso temporale torna a scorrere in avanti, passo passo, fino ai giorni nostri: 1916, 1935, 1967, 1985, il dicembre scorso. È la vicenda di una famiglia che non sa di essere tale, di generazioni unite da una memoria arcaica di pose, inflessioni e interessi, di persone strette da un vincolo che va oltre il sangue e la coscienza.
Tutto vero, verosimile, inventato? Chissà. Mi piace pensare che Anna sia esistita davvero e che adesso, restituita alla città di Piacenza, brilli in sala di una luce nuova, perché qualcuno l’ha riconosciuta, chiamata. E sarebbe bello se Klimt si fosse preso cura di un bambino vegliandolo a distanza e se Emilie, meravigliosa, geniale, unica, avesse rispettato quell’impegno, vedendo in quell’adolescente più simile a un cerino il suo Gustav.
Che poi nella storia non ci sia “un briciolo d’amore” è tutto da vedere: la foga e uno smodato (patologico, magari) ottimismo sono il mio pane, e in questo periodo più che mai ho bisogno di farne indigestione, di vedere dietro ogni atto di bontà, dietro ogni bel gesto, non solo un dettame morale, un’umana cortesia, un senso estetico, ma anche un sentimento (passione, tenerezza, simpatia… è sempre amore), l’impulso che dà ragione e motivazione a un sorriso che si allarga, una mano che si tende, uno sguardo che cattura un paesaggio o una microespressione da riversare sulla tela e rendere immortale.
“La modella di Klimt” (Baldini+Castoldi, 17 euro).
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