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Il regolamento

Chivasso, controlli ai padroni dei cani: cosa possono fare davvero le guardie zoofile

Un caso in via Torino a Chivasso riaccende il dibattito: intervista a Nicodemo De Franco su poteri, limiti e regole delle guardie zoofile

Chivasso, controlli ai padroni dei cani: cosa possono fare davvero le guardie zoofile

L'episodio accaduto tra le vie di Chivasso dello scorso ottobre, nato da una semplice verifica su un cittadino a passeggio con il proprio cane, ha scatenato un dibattito profondo che trascende il fatto di cronaca specifico. Il controllo effettuato in via Torino ha infatti riportato al centro dell'attenzione pubblica il complesso dossier relativo alle reali competenze, alle qualifiche giuridiche e alle responsabilità operative delle guardie zoofile.

Per fare chiarezza su un terreno così scivoloso, è fondamentale l'intervento di figure esperte come Nicodemo De Franco, attuale presidente nazionale dell’associazione GEA ODV ed ex sostituto commissario della Polizia di Stato. De Franco chiarisce un punto che spesso viene interpretato in modo troppo elastico: le guardie zoofile sono effettivamente dei pubblici ufficiali, ma lo sono esclusivamente entro un perimetro temporale e geografico estremamente rigido. Questa qualifica, infatti, non è una dote permanente della persona, ma si attiva soltanto durante l'orario di servizio che deve essere stato preventivamente e formalmente comunicato alla Questura di riferimento.

Il discrimine tra un atto d'autorità legittimo e un potenziale abuso risiede proprio nella comunicazione alla Questura. Non è l'associazione di appartenenza a decidere in autonomia quando una guardia è "in servizio": il potere ispettivo diventa effettivo solo dopo il passaggio istituzionale con le autorità di pubblica sicurezza. Senza questa notifica, qualunque accertamento o richiesta di documenti perde ogni base legale. Il cittadino, dal canto suo, ha lo strumento della verifica: in caso di dubbi, può contattare la Questura per accertarsi che in quel preciso giorno e a quell'ora il personale che lo ha fermato risulti effettivamente in servizio. Inoltre, la trasparenza deve essere totale: ogni controllo, anche quelli che si concludono positivamente senza rilievi, deve produrre un verbale di regolarità. Gli atti prodotti non sono documenti privati dell'associazione, ma atti pubblici che devono restare tracciabili e depositati.

Le competenze delle guardie zoofile sono circoscritte e finalizzate. Di fronte a un proprietario con il proprio cane, il controllo deve avere come fulcro il benessere dell'animale: si parte dalla verifica del microchip per poi passare, se il contesto lo richiede, alla richiesta dei documenti identificativi del proprietario. Gli accertamenti devono essere svolti da almeno due operatori qualificati. La presenza di soggetti terzi, non in possesso del decreto e della qualifica, è considerata una violazione "gravissima" che può portare alla revoca immediata del decreto prefettizio.

Restano paletti assoluti il divieto di ingresso in proprietà private senza un preciso titolo autorizzativo e il divieto di intimare l'alt ai veicoli in movimento come se si trattasse di polizia stradale.

Un altro elemento di forte confusione è rappresentato dai tesserini. De Franco sottolinea che le tessere associative, pur graficamente elaborate, non hanno alcun valore giuridico intrinseco. Gli unici documenti che attestano i poteri di controllo sono quelli rilasciati ufficialmente dallo Stato. Chi effettua il controllo ha l'obbligo di esibire questo tesserino insieme a un documento di identità personale per consentire la propria identificazione. Spesso, la dicitura "guardia particolare giurata" riportata sui tesserini alimenta l'idea errata di una qualifica di pubblico ufficiale attiva 24 ore su 24: si tratta di una distorsione.

Dal punto di vista sanzionatorio, le guardie si muovono tra norme nazionali, regionali e locali, ognuna con le proprie specificità: l'assenza di Microchip comporta sanzioni che si aggirano sui 300 euro. La sanzione per la mancata raccolta delle deiezioni è legata esclusivamente ai regolamenti comunali. In assenza di una norma locale specifica, la guardia non ha titolo per contestare l'infrazione. Per quanto riguarda maltrattamenti e catene, la cosiddetta "legge Brambilla" proibisce l'uso della catena con sanzioni che possono arrivare a 1000 euro. Tuttavia, permane un'incertezza su quale ente debba effettivamente incassare i proventi di tali multe, creando una zona grigia che non aiuta l'efficacia del provvedimento.

"Serve chiarezza assoluta, controlli reali sulle associazioni, rispetto rigoroso delle regole e una maggiore attenzione da parte delle amministrazioni comunali", conclude Nicodemo De Franco. 

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