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L'arte coraggiosa al lido di Venezia
27 Gennaio 2026 - 06:30
“L’arte coraggiosa al Lido di Venezia” di Franco Tagliapietra non è soltanto un saggio di storia dell’arte: è una cronaca culturale nel senso più nobile del termine, un racconto corale fatto di luoghi, opere, ambizioni e conflitti. Un libro che restituisce al Lido di Venezia il ruolo che gli spetta nella vicenda artistica italiana del primo Novecento, sottraendolo alla retorica balneare e mondana cui troppo spesso è stato relegato.

Franco Tagliapietra, storico dell’arte di riconosciuto rigore, docente e studioso attento alle zone di frizione tra avanguardia e istituzione, è nato al Lido di Venezia e vi abita tuttora. Questa prossimità non diventa mai indulgenza sentimentale: al contrario, è il presupposto di uno sguardo allenato a cogliere le continuità e le fratture, a leggere i luoghi come archivi vivi. Il Lido, nelle sue pagine, è una piattaforma culturale, un laboratorio aperto, un territorio di sperimentazione. Il libro ricostruisce con precisione la stagione che va dagli anni Dieci alla fine degli anni Trenta del Novecento, quando l’apertura del Grand Hotel Excelsior agisce da magnete per iniziative artistiche di grande ambizione. Attorno a quell’edificio-simbolo della modernità internazionale si struttura un sistema espositivo articolato e sorprendente: lo Stabilimento Bagni, l’Hotel Des Bains, l’ex Ospizio Marino. Proprio qui, nel 1923, Enrico Prampolini tiene una mostra personale che Tagliapietra racconta come un vero episodio di rottura: un futurismo colto, teatrale, proiettato verso una sintesi delle arti, accolto in un luogo che per vocazione era dedicato alla cura del corpo e che diventa improvvisamente spazio di tensione intellettuale.
Non meno significativo è l’episodio del 1914, quando l’Excelsior ospita una mostra di giovani artisti in larga parte legati all’esperienza di Ca’ Pesaro, esclusi o marginalizzati dalla Biennale. Tagliapietra restituisce il clima di quell’esposizione: le polemiche sotterranee, il senso di rivalsa, ma anche la consapevolezza di trovarsi in un luogo che consentiva una libertà maggiore rispetto alle sale ufficiali. Espongono artisti come Felice Casorati, Gino Rossi, Pio Semeghini, figure che incarnano una modernità inquieta, ancora lontana da ogni pacificazione stilistica.

Uno dei capitoli più densi è dedicato alla costruzione del Palazzo dell’Esposizione dell’Opera Bevilacqua La Masa, realizzato nel 1925 in soli tre mesi di fronte all’Excelsior. Un tempo record che Tagliapietra legge come metafora di una stagione impaziente, decisa a non attendere i tempi lunghi dell’istituzione. Divenuto Padiglione d’Arte del Lido, l’edificio ospita per dieci edizioni mostre e iniziative che catalizzano l’arte giovanile non solo veneziana ma italiana tout court. Qui passano ricerche ardite, spesso acerbe ma necessarie, e si intrecciano destini artistici che il libro segue con attenzione.
Tagliapietra riporta, ad esempio, la vicenda di giovani pittori che espongono al Lido prima di essere riconosciuti altrove, o che proprio lì trovano uno spazio quando altrove vengono respinti. Racconta di mostre montate in fretta, di critiche feroci sui giornali cittadini, di entusiasmi improvvisi e di silenzi altrettanto rapidi. È una cronaca fatta di inaugurazioni affollate e di sale semivuote, di artisti che discutono animatamente nei caffè del lungomare, di opere che dialogano con una luce diversa da quella lagunare, più netta, più esposta, quasi implacabile.

Il Lido emerge così come luogo topico non solo della bellezza, ma del rischio. Una terra di confine dove l’arte si misura con il presente senza le protezioni del canone. “L’arte coraggiosa al Lido di Venezia” restituisce questa complessità con uno stile autorevole e mai compiaciuto, capace di tenere insieme rigore storico e forza narrativa. È un libro che riapre una pagina decisiva del Novecento italiano e, nel farlo, ci ricorda che la storia dell’arte non si scrive solo nei palazzi consacrati, ma anche – e soprattutto – nei luoghi che hanno avuto il coraggio di ospitare ciò che ancora non aveva nome. Il quadro che Tagliapietra ricostruisce sarebbe però incompleto senza l’altro grande motore simbolico del Lido novecentesco: la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che proprio in quegli anni consolida la vocazione dell’isola a diventare una vetrina mondiale della modernità. La nascita e poi l’affermazione della Mostra – con il suo sistema di rituali mondani, premi, gerarchie e scandali – non sono un “capitolo a parte”, ma un elemento che amplifica l’ecosistema culturale del Lido, rendendolo un crocevia dove le arti non si sfiorano: si contaminano. E in questa cornice assume un peso specifico la figura del Palazzo del Cinema, legato al nome e all’iniziativa del plenipotenziario fascista conte Giuseppe Volpi, che intuisce prima di molti altri che l’industria dell’immaginario avrebbe avuto bisogno di un tempio laico, riconoscibile, funzionale, capace di ospitare la nuova folla internazionale e i suoi miti. Tagliapietra lascia emergere, tra le righe, un dato decisivo: mentre il Padiglione d’Arte del Lido e le sedi espositive (Excelsior, Des Bains, Stabilimento Bagni, Ospizio Marino) alimentano il versante della pittura e delle avanguardie, la Mostra del Cinema fornisce al Lido la regia complessiva, il palcoscenico mediatico e sociale che trasforma l’isola in un dispositivo culturale completo. Non è solo mondanità: è un modo nuovo di fare egemonia, di attirare energie, di rendere “centrale” ciò che geograficamente è periferico rispetto alla Venezia dei palazzi e delle istituzioni. Così, nella stessa luce che abbaglia le facciate sul lungomare e spalanca l’orizzonte, convivono le tele degli artisti “rifiutati” e l’arrivo delle delegazioni cinematografiche: due linguaggi diversi, una sola ambizione. Fare del Lido non un’appendice di Venezia, ma una capitale stagionale della modernità europea.

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