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gioco d'azzardo
01 Marzo 2026 - 10:47
Ludopatia, il racconto di due torinesi: «La “trappola” scattata con una vincita, così ci siamo rovinati la vita»
Mario ha 63 anni, è (o, per meglio dire, era) un commerciante. Roberta ne ha 51, è una casalinga. Vivono entrambi a Torino ed entrambi hanno un figlio ma le loro vite in realtà hanno un’altra cosa, ben peggiore, in comune: sono state travolte dal demone del gioco.
La storia di Mario (entrambi i nomi sono inventati per tutelarne la privacy) inizia circa dieci anni fa in maniera assolutamente casuale: «Il gioco d’azzardo non mi aveva mai interessato - racconta - Mai giocato al lotto, al massimo avevo provato qualche schedina al SuperEnalotto ma solo quando c’erano dei Jackpot straordinari. Quel giorno maledetto invece il solito bar in cui andavo per la pausa pranzo era chiuso per ferie, così ho cambiato locale. Ho mangiato, poi ho visto una macchinetta e mi sono detto “Ma sì, dieci euro che vuoi che siano?”». Mario è uscito da lì venti minuti dopo, con il pranzo pagato e in tasca 50 euro in più di quanti ne aveva quando è entrato. «Quel colpo di fortuna è stata la mia rovina - la testa si piega, la voce si abbassa - Il giorno dopo sono tornato lì, e anche quello successivo. Inutile dire che di solito perdevo, ma ogni tanto mi andava bene. E così continuavo, convinto che prima o poi mi sarei rifatto delle cifre perse. Le pause pranzo si allungavano, i clienti mugugnavano e il conto in banca scendeva». Un giorno a Mario, “ipnotizzato” di fronte all’ennesima combinazione perdente sullo schermo della slot, si è avvicinato un uomo: «Ha detto che sapeva che ero in difficoltà con il negozio, mi ha offerto un prestito. Ho accettato». Il seguito lo si può intuire: i tassi da usura, le minacce, la famiglia che scopre tutto quando il conto in banca va in rosso. «Mia moglie mi ha aiutato a ripagare i debiti ma poi mi ha lasciato, l’ha fatto per proteggere mio figlio e non posso darle torto. Ho iniziato un percorso di cura ma resistere è difficile. Il negozio? L’ho perso ma per fortuna ho ancora la casa».
Niente macchinette per Roberta: «Non amo gli aggeggi elettronici - sorride amara - non sarei neanche stata capace di usarle. La mia rovina non l’ho trovata al bar, ma in tabaccheria: sono i Gratta e Vinci». L’inizio della sua storia è molto simile a quella di Mario: «Ogni tanto ne compravo uno ma non era di certo un vizio. Saranno stati un paio al mese, giusto per avere il brivido di poter cambiare vita. Speravo di aiutare mio figlio a comprare casa e magari potermi fare un viaggio. Ma perdevo sempre e finiva tutto lì. Poi, un giorno, ho vinto 500 euro». Da quel momento, è iniziato il vortice. «Li compravo sempre in quella stessa tabaccheria e nell’edicola sotto casa. Sempre di più. Poi un giorno l’edicolante mi ha guardato e mi ha chiesto: “Sei sicura di volerne ancora? Non sono troppi?”. Nel suo viso ho letto la pietà, mi sono vergognata. Ma non ho smesso. Ho solo cambiato edicola». La casa a suo figlio, Roberta non l’ha mai comprata. «Non mi parla neanche più - un singhiozzo le rompe la voce - dice che ho rovinato la vita a lui e a mio marito, che non c’è più. Ha avuto un infarto due anni fa. Sono sola, gioco meno perché ho sempre meno soldi ma ancora non riesco a smettere. E quando capita di vincere qualcosa, sento che tutto ricomincia».
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