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La Sindone è autentica? L’annuncio del Vaticano: «Nuove prove dal Dna»

Il Vaticano anticipa i risultati di una ricerca scientifica di prossima pubblicazione

Papa Francesco a Torino in occasione dell'Ostensione della Sindone

Papa Francesco a Torino in occasione dell'Ostensione della Sindone

Nuovi test scientifici «sembrano confermare un soggiorno della Sindone in Medio Oriente e in ambiente salino, come quello nei pressi del Mar Morto, aggiungendo un altro tassello al mosaico di evidenze scientifiche favorevoli all’autenticità della Sindone».

Gli studi scientifici sul Dna, come annunciato da Vatican News, il portale dell’informazione della Santa Sede, portano la firma di Gianni Barcaccia, docente di Genetica e Genomica all’Università di Padova, insieme a un gruppo di ricercatori di diversi atenei. Tra gli autori figura anche Pier Luigi Baima Bollone, il medico legale torinese che negli anni Ottanta aveva individuato sulla Sindone tracce di sangue umano di gruppo AB. Baima Bollone, scomparso di recente, non ha potuto vedere pubblicato quello che potrebbe essere il suo ultimo contributo scientifico sul telo che ha studiato per una vita.

Barcaccia non è nuovo a questo campo: nel 2015 aveva pubblicato su Nature Scientific Reports un’analisi che rivelava la presenza di DNA di contaminazione appartenente a persone che avevano toccato la Sindone nel corso dei secoli. I risultati avevano sorpreso: oltre il 55% dei lignaggi genetici proveniva dal Vicino Oriente, mentre quasi il 39% risultava di origine indiana. Gli europei, invece, rappresentavano meno del 6%. La presenza di DNA indiano, spiegano gli studiosi, potrebbe essere collegata all’antico commercio di tessuti pregiati provenienti dalla valle dell’Indo. Lino di altissima qualità era infatti utilizzato nel Tempio di Gerusalemme per le vesti del Sommo Sacerdote durante lo Yom Kippur, come ricordato dalla paleografa Ada Grossi.

Il nuovo articolo conferma e amplia quel quadro. Gli autori segnalano la presenza dell’aplogruppo H33, tipico del Vicino Oriente e particolarmente frequente tra i Drusi, popolazione che condivide radici genetiche con ebrei, ciprioti e altre comunità levantine. Un ulteriore tassello che sembra collocare la storia del telo in un contesto geografico compatibile con i racconti evangelici e con le rotte commerciali dell’epoca. Non meno interessante è l’analisi del microbioma: sulla Sindone sono stati identificati microrganismi comuni alla pelle umana, ma anche archei alofili, organismi che prosperano in ambienti ad altissima salinità. Una traccia che potrebbe indicare una conservazione in luoghi simili a quelli del Mar Morto, area caratterizzata da condizioni estreme e da una lunga tradizione di comunità religiose ebraiche.

Gli autori, pur mantenendo un approccio prudente, sottolineano che l’insieme dei dati «fornisce preziose informazioni sulle origini geografiche degli individui che hanno interagito con la Sindone durante il suo percorso storico attraverso diverse regioni, popolazioni ed epoche». In altre parole, il telo avrebbe attraversato il Mediterraneo seguendo vie coerenti con la storia antica e con le migrazioni dei popoli che lo hanno maneggiato. Per Torino, custode della Sindone da oltre quattro secoli, la nuova ricerca rappresenta un ulteriore stimolo al confronto tra scienza e fede. Non una prova definitiva - la comunità scientifica resta divisa - ma un contributo che arricchisce il mosaico delle conoscenze e invita a guardare al telo non solo come oggetto di devozione, ma anche come straordinario documento storico e antropologico.

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