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La Lamborghini Miura torna a casa: mini-raduno ad Almese VIDEO

Nella residenza-studio del designer, raduno intimo di quattro Miura nei giorni del Salone di Ginevra 1966

Basta un cortile, quattro sagome basse come felini in agguato e il respiro di una collina per far riaffiorare un’epoca. Ieri, ad Almese, alla residenza e allo studio di Marcello Gandini, la Lamborghini Miura è tornata a casa: quattro esemplari, splendidi e rarissimi, si sono dati appuntamento per celebrare i 60 anni della prima supercar della storia e per rendere omaggio al suo creatore, il designer torinese scomparso il 13 marzo 2024. Un incontro sobrio e spettacolare insieme, dove le curve sinuose della Miura hanno attraversato i luoghi del genio con la grazia di un ricordo che non scolora.



IL RITORNO DELLA PRIMA SUPERCAR
Considerata da molti la prima vera supercar, la Miura non è soltanto un’auto: è una frattura elegante nel tempo, l’istante in cui il concetto di sportiva stradale diventa icona. Quelle quattro vetture, schierate ad Almese, hanno ricordato perché la Miura sia considerata tra le più belle e rivoluzionarie mai create e, per tanti, il capolavoro assoluto di Marcello Gandini. Accanto a lei scorrono i nomi che hanno costruito la leggenda del Toro: Countach, Espada, Jarama, Urraco, Diablo. Modelli che, uno dopo l’altro, hanno trasformato un marchio in un mito.

I GIORNI DI GINEVRA, 1966
Non è un caso che l’evento sia caduto negli stessi giorni del 1966 in cui la Miura fu presentata al Salone di Ginevra. Coincidenza? Forse. Ma è difficile ignorare il filo che lega quell’esordio, ancora oggi abbagliante, ai passi lenti e solenni delle Miura ad Almese. È come se le lancette dell’orologio si fossero piegate, consentendo a quegli sguardi di ieri di incontrare gli occhi di oggi. Che cosa rende attuale una linea del 1966? La risposta, osservando la Miura, è tutta nella purezza: un disegno netto, coraggioso, privo di orpelli, capace di parlare a ogni generazione.



LO STUDIO, UN LUOGO CHE RESPIRA
La giornata è stata anche un varco d’accesso privilegiato nello spazio in cui Gandini ha lavorato per oltre 40 anni. Lo studio, ad Almese, resta il fulcro emotivo e creativo del suo messaggio. A ricordarlo è Marzia Gandini, curatrice dello Studio Marcello Gandini, con parole che suonano come una promessa: «Queste mura non saranno mai soltanto un contenitore, mai un museo, ma sempre e ancora un luogo vivo, in cui respirare il suo messaggio e cercare di applicarlo al futuro. Mura in cui accogliere studenti, professionisti, aziende interessate al coraggio innovativo, al grado zero della creatività: l’idea che nasce dalla mente e si traduce in forma o invenzione da fissare su un foglio, per poi essere sviluppata con tutte le tecnologie più avanzate». Un manifesto, più che una dichiarazione: la creatività non è reliquia, ma materia viva.

L’IMPRONTA DI GANDINI
Marcello Gandini ha lasciato molto più che silhouette memorabili. Ha consegnato un metodo, un’etica del progetto: purezza, coraggio, integrità, umanità. Oggi che l’automobile vive una metamorfosi tecnologica, quel metodo torna centrale. Che senso ha, nel 2026, celebrare un’auto nata sessant’anni fa? Forse proprio questo: ricordare che l’innovazione più duratura non è la corsa al dato, ma la capacità di trasformare un’idea in forma essenziale. La Miura lo insegna: il futuro è credibile solo quando è leggibile.



UN RITO LAICO DELLA PASSIONE
Il raduno di Almese ha avuto il fascino dei riti laici. Pochi invitati, atmosfera intima, dinamiche misurate. Ma anche una bellezza che cattura e non concede distrazioni, perché quelle linee “irripetibili” sembrano ancora muoversi con la stessa urgenza di allora. C’è chi ha visto, nelle quattro Miura, i quattro punti cardinali della storia Lamborghini; chi ha colto un’eco della Countach nella fierezza del profilo; chi ha ritrovato nell’Espada e nella Jarama l’ardire del tratto; o nella Urraco e nella Diablo quella tensione a superare il limite senza mai tradire l’armonia.

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