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IL CASO

Una dipendente di Google perde la causa in tribunale dopo una denuncia per molestie sessuali

Victoria Woodall afferma di essere stata licenziata per vendetta. Il giudice di Londra: «Licenziamento dovuto a una ristrutturazione aziendale, non alla denuncia»

Un dipendente di Google perde la causa in tribunale dopo una denuncia per molestie sessuali

Si chiude con una vittoria per Google la battaglia legale intrapresa da Victoria Woodall, ex responsabile senior del settore vendite nel Regno Unito. Il tribunale del lavoro di Londra ha respinto le accuse della donna, che sosteneva di essere stata vittima di una campagna di ritorsioni e discriminazioni dopo aver segnalato un collega per gravi molestie sessuali e comportamenti inappropriati.

La vicenda ha inizio nell'agosto 2022, quando Woodall riporta all'azienda le lamentele di una cliente riguardo a un dirigente di Google, indicato come "Mr. O". L'uomo si sarebbe vantato di condotte sessuali inappropriate e del proprio stile di vita "scambista" durante un pranzo di lavoro. L'indagine interna scattata dopo la segnalazione aveva confermato i fatti, portando al licenziamento del dirigente e alla sanzione di altri due manager senior che avevano assistito alla scena senza intervenire.

Nonostante il licenziamento del molestatore, Woodall ha affermato di aver subito un declassamento professionale e, infine, la perdita del posto di lavoro come "punizione" per la sua denuncia. Tuttavia, il giudice Barry Smith ha stabilito che l'allontanamento della donna non è stato influenzato dalla sua attività di whistleblower. La prova decisiva è stata la ristrutturazione del team Vendite e Agenzie di Google UK, che ha portato al licenziamento di altre 26 persone, inclusi i manager coinvolti nella vicenda. Secondo il tribunale, la versione dell'azienda è supportata da solide prove documentali.

 La sentenza ha sollevato forti critiche da parte delle associazioni a tutela dei whistleblower. Georgina Halford-Hall, di WhistleblowersUK, ha dichiarato che questo esito potrebbe scoraggiare altre donne dal denunciare abusi nel settore tecnologico per paura di restare prive di protezione legale. Per il tribunale, invece, si è trattato di un legittimo processo di riorganizzazione aziendale che non ha avuto legami diretti con le rivelazioni della ricorrente.

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