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Joculatores, jokers, gouliards

semaforo

Foto: Depositphotos

Amo i giocolieri ai semafori. Sono sempre giovani, quasi sempre belli, e se non lo sono hanno una luce negli occhi che li fa sembrare tali. A loro do volentieri qualche soldo, perché mi offrono in cambio qualcosa che non saprei fare (a lavar vetri, offrire fazzolettini o semplicemente accattonare fingendo una zoppìa sono capaci tutti) e perché non sono mai insistenti. Passano fieri fra le auto col cappello in mano, sorridendo, senza chiederti l’obolo neanche con lo sguardo. Mi ricordano le questue che facevo da goliardo: ci mettevo sempre qualcosa di mio, la battuta sorprendente, il numerino improvvisato, il linguaggio medioevale, perché limitarmi a stendere la feluca non mi piaceva. Volevo che il finanziatore delle mie avventure fosse fiero di avervi contribuito. Oltretutto i giocolieri da semaforo ricordano i Clerici Vagantes, i progenitori dei goliardi, gli studenti girovaghi che nel medioevo si spostavano da un’università europea all’altra per addottorarsi coi docenti più insigni. Anche loro, per vivere e pagarsi gli studi, si adattavano a mille mestieri. Viaggiavano aggregati alle carovane dei mercanti perché a quei tempi era impensabile viaggiare da soli o, peggio, disarmati: nei boschi ti ammazzavano per le scarpe. Ma anche in carovana non c’eran pranzi gratis. Dovevi saper cucinare, cucire, cacciare, combattere, e anche poetare nelle corti dei castelli sul percorso. Nelle grandi città era studio, ma anche taverna. Non essendoci ancora il tabacco, Decio (dio dei dadi), Bacco e Venere erano i loro numi. Liuti, canti e clave i loro bancomat. Mestieri provvisori, come le clave al semaforo o la chitarra nel metrò. Gioventù, leggerezza, sorrisi, ricordi. Tutto ciò val bene qualche spicciolo.

collino@cronacaqui.it
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