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Il caso Don Alì

«Noi quel video dovevamo mandarlo» L’interrogatorio del capo dei maranza

Per gli inquirenti Antonio S. è il presunto mandante dell’agguato davanti alla scuola

«Noi quel video dovevamo mandarlo» L’interrogatorio del capo dei maranza

Davanti alla scuola delle Immacolatine non è stata una bravata né una messinscena social. È stata un’aggressione organizzata, annunciata e rivendicata a parole, poi ridimensionata davanti al giudice. Al centro c’è Alì Said, per tutti Don Alì, oggi detenuto nel carcere di Aosta. «Quel video è stato mandato al maestro che ci ha portato con noi». Così Alì ricostruisce l’origine della spedizione punitiva. A fare da tramite, secondo la sua versione, sarebbe stato Antonio S., classe 1971. «Ci ha detto: “C’è un maestro che picchia i bambini, potete venire a darmi una mano? Io non posso metterci la faccia sennò finisco nei casini”». Per gli inquirenti Antonio S. è il presunto mandante dell’agguato avvenuto in via Vestignè, davanti alla scuola. Ad aspettare l’insegnante Gianni, pochi minuti prima della campanella, ci sono in tre: Don Alì, Handy Mohamed Hassan Hussein e Norri Zakaria. L’attesa viene documentata sui social. È Norri a pubblicare una storia su Instagram: accanto ad Alì, in piedi davanti alla scuola, scrive «aspettando la preda». Subito dopo l’incontro. I tre si avvicinano al maestro, lo circondano, lo minacciano. Uno gli appoggia una mano dietro la nuca. Gianni ha con sé la figlia di tre anni e mezzo. La bambina assiste alla scena. Il video, sostiene Alì, non sarebbe stato girato per umiliare l’insegnante ma «per mostrarlo alla compagna di Antonio, così stava tranquilla». Nega di averlo pubblicato personalmente: «È stato ricondiviso». E prende le distanze anche dalla didascalia «siamo andati a prendere il maestro»: «Chi l’ha scritta voleva mettermi nei casini». Davanti al giudice, interrogato sulla differenza tra un pestaggio e un’ipotesi di pedofilia, Alì risponde: «Se io provo a picchiare un bambino una volta e sta zitto, lo provo a picchiare un’altra volta. Io sto testando quel bambino». Quando il giudice gli contesta le storie pubblicate prima dell’aggressione, Alì prova a rifugiarsi nel personaggio: «È tutto finto, è il mio personaggio sui social». Ma l’aggressione non lo era. E lui stesso ammette di sapere che Gianni sarebbe arrivato con la figlia: «Ce lo ha detto il maestro Antonio, che a quell’ora andava a prenderla». Poi il suo arresto. Alì racconta di aver tentato la fuga: «I poliziotti si sono identificati ma non ci ho creduto». Quanto all’auto della troupe Mediaset danneggiata sotto casa sua, minimizza: «Non è bello trovarsi i giornalisti sotto casa. Uno incappucciato gli ha spaccato la macchina, gli avrà dato fastidio». La palestra New Team Fontana prende ufficialmente le distanze: Antonio S. non sarebbe un istruttore ma un semplice tesserato, e la struttura si dichiara estranea ai fatti. I coindagati riferiscono che, dopo la diffusione dei video, Alì è stato allontanato dalla palestra. Sentito dalla Squadra Mobile, Antonio S. nega tutto. Dice di essere disoccupato, di vivere con l’aiuto della madre, di non aver mai lavorato in palestra. «Con Alì e gli altri ci allenavamo insieme, si parlava del più e del meno». Ammette uno sfogo: «Raccontavo che il figlio della mia ex compagna tornava a casa piangendo». Ma nega qualsiasi incarico o indicazione sulla scuola. Il processo ad Alì, con giudizio immediato, era fissato per il 10 marzo. La difesa ha chiesto una perizia psichiatrica sulla capacità di intendere e volere. Per lui, detenuto ad Aosta, e per i due complici ai domiciliari è stato richiesto il rito abbreviato. Gianni è assistito dagli avvocati Davide Salvo e Davide Noviello. Non esiste alcuna prova di maltrattamenti sui minori. I giudici sono chiari: anche se fosse vero che l’aggressione sia avvenuta «su incarico del maestro Antonio», questo non ridurrebbe la gravità degli indizi. Potrebbe semmai aprire un nuovo fronte: l’iscrizione di Antonio S. nel registro degli indagati, qualora emergesse la falsità delle sue dichiarazioni. Un’ipotesi rafforzata da alcune fotografie acquisite dal gup che lo ritraggono sorridente insieme ai tre imputati.

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