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CRONACA GIUDIZIARIA
23 Gennaio 2026 - 11:30
Una caduta, una finestra aperta e una responsabilità che, per il giudice, non può essere archiviata come una fatalità. Si è concluso con una condanna a nove mesi di reclusione, con pena sospesa, il processo di primo grado per la morte di Dorin Ion Gavreliuc, il giardiniere deceduto dopo un volo da una finestra in un alloggio di corso Vercelli. A risponderne è stato un 59enne, amico della vittima, riconosciuto colpevole di omicidio colposo. Il pubblico ministero Giorgio Nicola aveva chiesto una pena più pesante, due anni di carcere, mentre la difesa, affidata all’avvocato Andrea Panero, aveva puntato sull’assoluzione, sostenendo l’assenza di un rapporto di lavoro e di obblighi legati alla sicurezza. I fatti risalgono al 4 novembre 2021. Gavreliuc aveva raggiunto l’amico in una palazzina al civico 28, dove era in corso lo sgombero di un appartamento. Secondo la versione fornita dall’imputato, l’uomo non stava lavorando per lui: era passato, inizialmente, per ritirare alcuni mobili e poi semplicemente per salutarlo. Poco dopo, però, è avvenuta la caduta dalla finestra. Un incidente o un gesto volontario, su cui il processo non ha dato una risposta definitiva. Dagli atti emerge, invece, che la vittima aveva assunto alcolici e non era in uno stato di piena lucidità. Trasportato in ospedale, Gavreliuc non si è più ripreso ed è morto il 21 aprile 2022. Per l’accusa, però, il contesto non poteva essere liquidato come un incontro tra amici. L’alloggio è stato considerato un cantiere, e il 59enne avrebbe agito con imprudenza, omettendo le misure minime di sicurezza. Nella ricostruzione della Procura, mancavano il piano di sicurezza, le informazioni sui rischi di caduta dall’alto, le visite mediche preventive e persino le protezioni alla finestra da cui l’uomo è precipitato. Una serie di omissioni che, secondo il pm, configuravano un ruolo di fatto da datore di lavoro. La difesa ha ribattuto punto per punto, sostenendo che non vi fosse alcuna subordinazione e che Gavreliuc non stesse svolgendo un’attività lavorativa. In aula è stata ascoltata anche la compagna della vittima, che ha descritto una vita segnata dalla precarietà: arrivato dalla Romania, l’uomo aveva lavorato come bracciante agricolo prima di spostarsi a Torino, senza mai trovare una stabilità. Soffriva di alcolismo e quel giorno, ha raccontato la donna, aveva bevuto almeno due birre. Il giudice ha comunque riconosciuto le responsabilità penali dell’imputato. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro due mesi. Nessun risarcimento è stato disposto: i familiari della vittima non hanno avanzato richieste e non si sono costituiti parte civile.
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