C’è un momento, dopo un incidente, in cui la strada smette di essere solo asfalto e diventa una prova di responsabilità. Non conta la cilindrata, o il costo dell'auto, non conta il cognome, il conto in banca e i trust all'estero, non conta il quartiere in cui si vive: contano i gesti, le scelte, i minuti. È in quel tratto sottile — tra lo schianto e la versione dei fatti — che si colloca la vicenda che coinvolge Leonardo Maria Del Vecchio, uno degli eredi del fondatore di Luxottica, ora indagato per sostituzione di persona in concorso e omissione di soccorso. Vediamo perché e cosa rischia ora.
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L’avviso di garanzia e la Ferrari Purosangue L’
avviso di garanzia è stato recapitato a Del Vecchio nel suo attico di Brera, a Milano - scrive MF -, dai poliziotti della Stradale del comparto Lombardia. Sul piano amministrativo, gli sono stati decurtati dieci punti dalla patente. Non è scattato invece il sequestro dell’auto: una
Ferrari Purosangue 222, il modello — dal costo di circa
450.000 euro, iva inclusa — che evoca potenza e prestigio, ma che in questa storia finisce per diventare soprattutto un elemento di ricostruzione.
Che cosa sarebbe accaduto il 16 novembre L’
incidente risale al
16 novembre scorso. La ricostruzione pubblicata oggi, sabato 24 gennaio, da La Repubblica — che ha dato per prima la notizia, proprio sul
finanziere che si era offerto di comprarla da John Elkann — colloca la scena sulla
Tangenziale est di Milano, in direzione sud. La Ferrari, dopo una serie di sorpassi, avrebbe urtato il posteriore di una
Bmw 530. Da lì, l’impatto a catena: le due auto avrebbero sbattuto più volte contro il guardrail, prima di riuscire ad accostare sulla corsia di emergenza. È una dinamica che chiunque frequenti le tangenziali milanesi può immaginare con facilità: pochi secondi, un errore o un azzardo, e la carreggiata si trasforma in un imbuto di lamiere e adrenalina. Ma il punto, per gli investigatori, non è solo l’urto. È ciò che sarebbe successo subito dopo.
Il nodo: chi era al volante e chi ha parlato con la Polstrada Secondo i primi soccorritori, a bordo della Ferrari c’erano due persone. Quando però sul posto è arrivata la volante della
Polstrada, nell’abitacolo ce n’era una sola: un uomo di 53 anni che lavora come «asset protection» a
Luxottica. Sarebbe lui, stando alle accuse, la seconda figura chiave dell’indagine insieme a Del Vecchio. Gli agenti, risalendo dalla targa al proprietario del veicolo, avrebbero collegato l’auto a Del Vecchio. E qui entra un dettaglio che pesa come un macigno nelle indagini:
il racconto dell’infermiere intervenuto nei primi momenti, che avrebbe poi riconosciuto in foto il conducente che aveva soccorso. Un riconoscimento che, se confermato, sposterebbe l’attenzione dal “chi era presente” al “chi guidava davvero”.
Le telecamere e la versione smentita A fare da spartiacque, come spesso accade nelle cronache contemporanee, non sono solo le parole ma le immagini. L’analisi delle
telecamere avrebbe rivelato una sequenza precisa: l’arrivo del 53enne pochi minuti dopo l’
incidente; la sua auto parcheggiata momentaneamente circa cento metri più avanti; e infine due uomini che, a bordo della Ferrari, lasciano il posto al 53enne e salgono sull’altra auto. È qui che l’ipotesi investigativa prende forma: secondo le accuse, l’uomo della security avrebbe raggiunto Del Vecchio sul luogo dell’
incidente, gli avrebbe prestato la propria auto per allontanarsi e poi avrebbe raccontato agli agenti di aver provocato lui l’
incidente. Una versione che sarebbe stata successivamente smentita dai testimoni e dalle
telecamere. In altre parole, non si tratterebbe soltanto di un
incidente stradale, ma di un presunto tentativo di riscriverne l’immediato “dopo”, come se bastasse spostare un corpo da un sedile all’altro per spostare anche le
responsabilità. Ma la strada, oggi, è un luogo pieno di occhi: dashcam, varchi, impianti di sorveglianza. E
quando la tecnologia incrocia le testimonianze, le narrazioni alternative diventano fragili.
Il passeggero: ecco chi era Nella ricostruzione degli investigatori compare anche un terzo nome:
Marco Talarico, indicato come passeggero e non indagato. Talarico è amministratore delegato di
Lmdv Capital e viene descritto come storico braccio destro di Del Vecchio. La sua presenza, pur senza profili penali contestati, contribuisce a definire il contesto: non una serata qualunque, non un viaggio anonimo, ma un episodio che coinvolge figure apicali di un mondo — quello dell’impresa e della finanza — abituato a muoversi con rapidità e protezioni.
Omissione di soccorso e sostituzione di persona: ecco cosa rischia Le ipotesi di reato contestate —
omissione di soccorso, da 1 a 3 anni di reclusione, e
sostituzione di persona in concorso, fino a un anno di reclusione — raccontano due piani diversi ma collegati. Il primo riguarda l’obbligo, prima ancora che giuridico, civile: fermarsi, verificare, prestare aiuto. Il secondo riguarda l’identità, cioè la presunta costruzione di un “chi” alternativo da consegnare alle forze dell’ordine. E qui la domanda retorica s’impone: che cosa spinge qualcuno, in una situazione già grave, a complicarla ulteriormente? Paura, istinto di protezione, calcolo? Non spetta a un articolo stabilirlo, e infatti sarà l’inchiesta a chiarire
responsabilità e ruoli.
Ma il caso, così come emerge dagli elementi riportati, mostra un punto fermo: nella società ipertracciata di oggi, l’idea di poter “cambiare posto” e cambiare destino somiglia a una metafora fuori tempo massimo, come tentare di cancellare un segno sull’acqua mentre le telecamere registrano ogni onda. Resta ora il lavoro della magistratura e degli investigatori: verificare, incrociare, attribuire. E resta, sullo sfondo, una lezione che vale per tutti — potenti e non — quando la cronaca incontra la strada: dopo l’impatto, la vera prova non è evitare il guardrail, ma affrontare la verità.