Mentre Parigi si svegliava e i telefoni continuavano a vibrare sui comodini, oggi martedì 27 gennaio l’Assemblea Nazionale francese ha scelto di mettere un argine a una delle correnti più impetuose del nostro tempo: l’accesso dei giovanissimi ai social media. Con 130 voti a favore e 21 contrari, la Camera bassa del Parlamento ha approvato un disegno di legge che vieta l’ingresso sulle piattaforme social ai minori di 15 anni, motivando la scelta con la tutela della salute. Ora il testo passa al Senato. Se l’iter si chiuderà positivamente, la Francia diventerebbe il primo Paese europeo a fissare un limite d’età così netto per l’accesso ai social.
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UN DIVIETO “SECCO”, PIÙ DURO DELLA VERSIONE INIZIALE Il punto politico, prima ancora che tecnico, è proprio questo: la formulazione approvata è più ambiziosa della versione originaria discussa dai legislatori. Inizialmente, infatti, si prevedeva che i
minori potessero continuare a usare alcune
piattaforme con il consenso dei genitori. Un compromesso classico, quasi rassicurante: la famiglia come filtro, il “permesso” come cintura di sicurezza. Ma l’Assemblea Nazionale ha scelto una strada più perentoria, trasformando la proposta in un
divieto vero e proprio per gli under 15. Resta però un nodo non secondario: il testo non specifica quali
piattaforme rientrerebbero nel perimetro del
divieto. È un dettaglio che dettaglio non è, perché la definizione di “
social media” oggi è elastica, sfuggente, spesso ibrida. La legge chiarisce invece cosa resta fuori: sono esenti le “
enciclopedie online” e gli “annuari educativi o scientifici”. E non sarebbero interessati nemmeno i servizi di
messaggistica privata. Una distinzione che prova a separare la piazza digitale (dove si espone e ci si espone) dagli strumenti di consultazione e dalle comunicazioni uno-a-uno.
MACRON E ATTAL: LA PRIORITÀ POLITICA E IL CALENDARIO Il presidente
Emmanuel Macron ha rivendicato la misura come una “priorità” e, su X, ha parlato di un passaggio decisivo: «Vietare i
social media ai
minori di
15 anni: questa è la raccomandazione degli scienziati e la richiesta a larga maggioranza del popolo francese. Dopo un proficuo lavoro con il Governo, l’Assemblea Nazionale ha appena dato la sua approvazione. Si tratta di un passo importante». Parole che mettono insieme due pilastri: la legittimazione scientifica e quella popolare. A dare una scansione temporale è uno dei principali promotori del provvedimento, l’ex premier
Gabriel Attal: il testo dovrebbe arrivare al
Senato “a m
età febbraio”, con l’obiettivo di entrata in vigore dal “primo
settembre”. Una data non casuale:
settembre è il mese della ripartenza, della scuola, delle nuove regole. È anche il momento in cui una norma del genere può incidere davvero sulle abitudini, prima che l’anno scolastico prenda velocità.
LA FRANCIA NON È NUOVA A QUESTO TERRENO Parigi, va ricordato, aveva già tentato “diversi anni fa” di introdurre un’
età minima di
15 anni per creare un
account senza consenso dei genitori. Segno che il tema non nasce oggi, ma si è stratificato nel tempo, alimentato da un dibattito che intreccia salute mentale, pressione sociale, dipendenza, cyberbullismo, esposizione a contenuti inappropriati. Il nuovo disegno di legge, però, cambia passo: non si limita a regolare l’autonomia digitale dei
minori, ma punta a chiudere la porta prima ancora che si entri. E qui si apre la domanda che accompagna ogni proibizione: funzionerà? Un
divieto è una diga; ma le dighe reggono se l’acqua non trova mille rivoli laterali. La scelta di non includere la
messaggistica privata, ad esempio, delimita il campo ma lascia aperti spazi di socialità digitale che, per molti adolescenti, sono già “social” nei fatti, se non nel nome.
UN’EUROPA CHE SI MUOVE, MA A VELOCITÀ DIVERSE La
Francia si inserisce in un movimento più ampio, dove ogni Paese prova a trovare la propria formula. In
Australia, ai bambini e agli adolescenti sotto i 16 anni è stato recentemente vietato di avere un proprio
account su molte delle principali
piattaforme: un precedente extraeuropeo che pesa nel dibattito e mostra come la soglia anagrafica stia diventando un criterio politico. Nel
Regno Unito, la Camera dei Lord ha votato a favore di un
divieto di accesso ai social per i
minori di 16 anni, ma la misura deve ancora passare dalla Camera dei Comuni. In
Danimarca, il governo ha concordato con l’opposizione un’
età minima nazionale di
15 anni per l’accesso ad alcune
piattaforme. In
Germania, il tema è apertamente sul tavolo: è in corso un dibattito sull’opportunità di limitare l’accesso dei
minori ai
social media. Il quadro che emerge è quello di un continente che non ha ancora una linea unica, ma che sta chiaramente spostando l’asse: dall’
educazione digitale “e basta” verso regole più stringenti. Come se l’
Europa, dopo anni di fiducia nella capacità di autoregolazione delle
piattaforme e nella mediazione familiare, stesse dicendo: serve un confine, e serve adesso.
TRA TUTELA DELLA SALUTE E DIRITTO ALLA CONNESSIONE: IL PUNTO DI EQUILIBRIO Il cuore della scelta francese è dichiarato: la salute dei
minori. È un argomento potente, perché chi può dirsi contrario alla
protezione dei ragazzi? Eppure, proprio per questo, richiede precisione: quali effetti ci si aspetta di ridurre? Quali comportamenti si vogliono scoraggiare? E soprattutto: come si applica un
divieto in un ecosistema globale, dove le
piattaforme non hanno confini e l’
età, online, è spesso una casella compilata con leggerezza? La politica, in questo caso, sembra voler mandare un messaggio prima ancora che imporre una sanzione: l’
infanzia e la prima
adolescenza non possono essere lasciate sole nella piazza digitale. È una presa di posizione culturale, oltre che
normativa. Ma è anche una scommessa: perché se la legge non sarà accompagnata da strumenti di verifica efficaci e da un lavoro educativo coerente, rischia di trasformarsi in un cartello di
divieto in una strada senza vigili. La
Francia, con il voto del 27 gennaio, ha scelto di fare da apripista in
Europa. Ora la palla passa al
Senato, “a m
età febbraio”, e poi al possibile traguardo del “primo
settembre”. Nel frattempo, il resto del continente osserva. Perché la domanda, in fondo, riguarda tutti: i social sono una
piazza pubblica o un locale con l’ingresso riservato? E chi decide a che
età si può varcare la soglia?