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Il caso
06 Febbraio 2026 - 18:13
La geografia politica dell’Italia ha appena subito un rimescolamento profondo: la domanda su chi possa davvero definirsi "comune montano" non è più solo una questione di vette, ma di equilibri di potere, risorse economiche e definizioni tecniche. Dopo un confronto, la Conferenza Unificata ha dato il via libera all’elenco definitivo: saranno 3.715 i comuni classificati come montani, un numero che segna un aumento netto rispetto ai 2.844 inizialmente ipotizzati.
L'accordo raggiunto tra Governo, Regioni, Anci e Upi dovrà ora essere formalizzato in un Dpcm. Il nodo della questione risiede nei criteri altimetrici e di pendenza: la bozza iniziale è stata progressivamente allargata per includere territori che, pur non essendo "d'alta quota" nel senso tradizionale, rientrano ora nel perimetro delle agevolazioni. Questo allargamento è il risultato di un braccio di ferro durato mesi, che ha visto le amministrazioni locali premere per non restare escluse dai benefici previsti per le aree svantaggiate. I comuni piemontesi passeranno da 505 a 558. Rimangono esclusi 27 comuni, soprattutto nell'Alessandrino. Il territorio di Novara passa da 3 a 23 comuni e Torino da 141 a 167. Cuneo sale a 175, mentre Alessandria scende a 35.
Arriva però la voce critica dell'Uncem (l'Unione dei Comuni e delle Comunità Montane). Escluso dalla Conferenza Unificata, il presidente Marco Bussone e l'associazione contestano la mancanza di coinvolgimento e sollevano dubbi sulla natura dei criteri: senza una definizione netta dei parametri socioeconomici, si rischia di creare un calderone indistinto dove le risorse finiscono dove è più facile spenderle, e non dove c'è più bisogno.
Il vero nodo che resta sul tavolo è la sostanza degli interventi. Una mappa più larga non garantisce automaticamente una montagna più forte. Il rischio concreto è che, includendo territori a bassa quota o pianeggianti, si finisca per diluire le risorse destinate a scuole, sanità di prossimità e viabilità in alta quota.
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