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Il caso
23 Febbraio 2026 - 20:45
La gestione dei rifiuti tessili sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Quello che fino a pochi anni fa era un sistema basato sulla rivendita dell'usato di qualità, oggi si scontra con il fenomeno della fast fashion, che immette nel circuito materiali scadenti e difficili da ricuperare.
In Italia, la raccolta differenziata del tessile è obbligatoria dal 2022, anticipando l'obbligo europeo scattato nel 2025. Tuttavia, il sistema è in crisi a causa di un drastico calo della qualità degli indumenti conferiti.
A causa dell'insostenibilità economica dello smaltimento dei capi di bassa qualità, molte città italiane stanno cambiando strategia.
I classici contenitori gialli stradali stanno diminuendo. Verranno sostituiti da nuovi contenitori posizionati in punti più controllati per evitare conferimenti impropri (abiti sporchi o rifiuti non tessili). I centri di raccolta comunali diventano il punto di riferimento principale per lo smaltimento del tessile.
Si punta a far ricadere i costi di smaltimento sui produttori (modello EPR), sollevando le aziende di raccolta da costi ormai insostenibili.
Per quanto riguarda il fast fashion la produzione di massa utilizza fibre sintetiche e materiali poveri creando capi che, una volta scartati, non hanno valore di mercato come usato o vintage e spesso non sono tecnicamente riciclabili, diventando un puro costo di smaltimento per la collettività.
I capi di buona qualità non finiscono più nei cassonetti della raccolta differenziata. I cittadini preferiscono rivenderli online o regalarli privatamente, lasciando nei contenitori pubblici solo il tessile senza valore.
Una data chiave per il cambiamento è il 19 luglio 2026. Da quel giorno, in tutta l'Unione Europea sarà vietato mandare al macero abiti e calzature invenduti. Le aziende dovranno progettare capi più durevoli, facili da riparare e da riciclare, per ridurre l'impatto ambientale (che oggi genera circa 5,6 milioni di tonnellate di CO2 l'anno in Europa).
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