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CRONACA GIUDIZIARIA
19 Marzo 2026 - 11:14
Milano, aula bunker di San Vittore. Le porte si aprono su uno dei processi più carichi di implicazioni degli ultimi anni. Non solo per il numero degli imputati - 45 - ma per ciò che racconta: un’alleanza operativa tra Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra nel cuore economico del Paese. L’inchiesta si chiama “Hydra”, come il mostro dalle molte teste. E il nome, stavolta, non è retorico. Secondo la Direzione distrettuale antimafia, le organizzazioni avrebbero smesso di pestarsi i piedi per iniziare a fare sistema. Affari condivisi, interessi comuni, spartizione del territorio. La Lombardia come piattaforma, più che come campo di battaglia. Il processo arriva dopo un primo capitolo già scritto: 62 condanne in abbreviato, pene fino a 16 anni. Ora si entra nel vivo, con il rito ordinario. In aula, davanti all’ottava sezione penale, siedono figure considerate di peso: Paolo Aurelio Errante Parrino, legato alla famiglia di Matteo Messina Denaro; Gioacchino Amico, ritenuto uomo chiave per la camorra dei Senese; Santo Crea, indicato come vertice della ’ndrangheta; e Giancarlo Vestiti, presunto luogotenente. La prima udienza scorre tra formalità e strategie. Costituzione delle parti civili: enti locali, associazioni, pezzi di Stato che chiedono di esserci. Fuori, un presidio. Cartelli, bandiere, la presenza di Libera e della Cgil. Un rituale necessario, ma che non basta a colmare la distanza tra ciò che accade dentro e ciò che resta fuori. Perché questo processo ha già un convitato di pietra. Si chiamava Bernardo Pace. Doveva presentare oggi i suoi verbali da collaboratore di giustizia. Sessantadue anni, condannato a oltre 14 anni per associazione mafiosa. Da poche settimane aveva deciso di parlare. Un pentito, uno di quelli che iniziano a scavare sotto la superficie, a collegare nomi e strutture. Aveva già messo a verbale i primi racconti sull’intreccio tra le tre mafie in Lombardia. Poi, lunedì sera, il silenzio. Carcere Lorusso e Cutugno, Torino. Sezione Marini, Padiglione E. Un agente solo per turno, incaricato di sorvegliare lui e gestire anche la cucina. Alle 20 sarebbe dovuto arrivare il cambio. Non è arrivato. Pace ritira la cena. Entra in cella. Sale su una sedia. Usa un cavo d’acciaio - forse un vecchio stendibiancheria, forse un’antenna - lo fissa al bocchettone dell’aria. Si lascia andare. Poche ore prima aveva parlato con la moglie. Lo trovano troppo tardi. Un agente prova a correre, cerca una tronchese per tagliare il cappio. Non serve. La procura apre un fascicolo per istigazione al suicidio. Un passaggio tecnico, ma inevitabile. L’indagine, coordinata da Giovanni Bombardieri, dovrà chiarire come quel cavo sia arrivato in cella, chi abbia controllato, cosa sia accaduto nelle ore precedenti. Intorno, il vuoto organizzativo. O quello che il sindacato Osapp chiama senza mezzi termini “collasso”: un agente per piano, oltre cento detenuti, carichi ingestibili. “Il carcere sta affondando”, dicono.
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