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Il caso

Il pentito era malato terminale: svolta nel mistero del suicidio in carcere di Bernardo Pace

Un mese prima di morire «voglio cambiare vita per la mia famiglia». Stamattina il processo Hydra a Milano: e c'è un nuovo collaboratore di giustizia...

Il pentito era malato terminale: svolta nel mistero del suicidio in carcere di Bernardo Pace

È iniziato oggi a Milano il processo con rito ordinario nell’ambito dell’inchiesta Hydra, già segnata a gennaio da 62 condanne in abbreviato, con pene fino a 16 anni di reclusione. Il procedimento si apre pochi giorni dopo la morte di Bernardo Pace, 61 anni, presunto boss mafioso già condannato a 14 anni. Pace era malato di cancro e aveva deciso di collaborare con la giustizia poco prima di morire. «Ho chiesto di potervi incontrare perché è mia intenzione collaborare con la giustizia - aveva dichiarato Bernardo Pace il 19 febbraio, un mese dopo la condanna a 14 anni e 4 mesi, durante l’interrogatorio davanti al suo avvocato Lisa De Furia e ai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane - Voglio intraprendere un nuovo percorso di vita e assicurare ai miei figli e ai miei nipoti una vita lontano dal carcere e dalla mafia».

«Anche se mi resta poco da vivere, avendo un cancro, intendo passare il resto della mia vita con la mia famiglia, lontano da quello che è stato il mio vissuto sino ad adesso». Il 25 marzo avrebbe compiuto 62 anni
Le confessioni di Pace
Secondo Pace, le organizzazioni criminali della Lombardia, coinvolte nell’inchiesta, avevano superato i conflitti interni per collaborare: «C’è gente libera che è molto feroce… perché questa gente è in grado di infiltrarsi ovunque, su tutto il tessuto sociale. Cioè infiltrarsi in politica, infiltrarsi con alcuni componenti delle forze dell’ordine dove hanno notizie e novità».
Il presunto boss ha spiegato il dovere morale che lo ha spinto a pentirsi: «Il dovere è fermare queste persone per non creare un danno anche ai qui presenti, perché non possiamo evitarlo. Perché se c’è, ci sono state, io le ho lette tramite i giornali, qualcuno muoverà i fili. E questo qualcuno può essere semplicemente l’unica persona dell’indagine Hydra che quando sarà il momento opportuno ne parleremo».
Le dichiarazioni di Pace hanno toccato anche i rapporti tra esponenti mafiosi e politici: otto pagine del suo verbale, tuttavia, sono oscurate. In esse erano contenuti dettagli sulle mediazioni tra le famiglie Pace e altri clan, tra cui Giuseppe Fidanzati, Antonino Galiota e Paolo Errante Parrino, ritenuto collegato al defunto boss trapanese Matteo Messina Denaro.
Pace ha raccontato: «Paolo Errante Parrino avrebbe incontrato più volte, nello studio di un avvocato alle porte di Milano, il latitante Matteo Messina Denaro. Quando la sorella di Messina Denaro voleva parlare con il fratello mostrava la foto di lui in videochiamata come un codice. Io non l'ho mai visto in vita mia».
Il processo prosegue senza Pace, ma con la presenza di un nuovo collaboratore, Gioacchino Amico, già condannato per falso e considerato un rappresentante al Nord della cosca romana legata al clan Senese. «Voglio cambiare vita - ha dichiarato Amico -
Lo faccio per mia madre, molto malata, per mia moglie. E so che vogliono uccidermi. Posso proteggermi solo collaborando con la giustizia».

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