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La manifestazione
21 Marzo 2026 - 12:10
Una marea attraversa la città. Parte da piazza Solferino alle 9, compatta, silenziosa e poi sempre più rumorosa. Migliaia di persone in cammino dietro uno striscione e dietro una memoria che non si archivia. È la trentunesima Giornata della memoria e dell’impegno promossa da Libera. A guidare il corteo è Luigi Ciotti, accanto a oltre 500 familiari delle vittime innocenti delle mafie arrivati da tutta Italia. Molti hanno il volto di chi non c’è più stampato al collo, altri stringono cartelli: “Fuori la mafia dalla nostra terra”. Non è una manifestazione qualsiasi, è un corteo che ha nomi e cognomi.
Il percorso si snoda fino a piazza Vittorio Veneto, dove alle 11 inizia la lettura dei 1.117 nomi delle vittime. Un elenco lungo, scandito voce dopo voce. Dietro ogni nome una storia, spesso senza giustizia: l’80% delle famiglie non conosce ancora il responsabile dell’uccisione. Intorno alle 10.30 si unisce al corteo anche Elly Schlein, che saluta il sindaco Stefano Lo Russo e il presidente della Regione Alberto Cirio. La presenza delle istituzioni è ampia, ma resta sullo sfondo rispetto al cuore della giornata: i familiari. «L’omertà uccide la verità e la speranza», dice don Ciotti appena arrivato, dirigendosi subito verso chi porta addosso il peso più grande. «Quelle foto devono graffiare le coscienze. Serve una memoria viva».
Dal fronte giudiziario, il procuratore capo Giovanni Bombardieri mette a fuoco il contesto: «La ’ndrangheta qui non è una novità, è accertata anche in via giudiziaria. Ma oggi non parliamo della criminalità: guardiamo questa gente». Sul palco si alternano istituzioni e testimonianze. A leggere i nomi sono, tra gli altri, il questore Massimo Gambino, il prefetto Donato Cafagna, la rettrice Cristina Prandi e la procuratrice generale Lucia Musti. Interviene anche Francesca Rispoli, ricordando che la giornata non si esaurisce qui: iniziative si svolgono in tutta Italia e anche all’estero. La memoria, dice, è una rete che supera i confini. Poi le voci dei figli. Cristina Caccia, il procuratore ucciso nel 1983 dalla ’ndrangheta. E Antonino Quattrone, che ricorda il padre Demetrio: «Noi non celebriamo la morte, celebriamo la vita». Parole che spezzano il ritmo istituzionale e riportano tutto al punto di partenza: le persone. Dal palco anche Roberto Montà rilancia il messaggio: «Crediamo nella forza del diritto, non nel diritto della forza». E avverte: «Le mafie oggi usano meno bombe, ma ci sono. Qui, non altrove».
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