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I FUNERALI

Pontida saluta Bossi: il sogno padano tra applausi e tensioni

L’ultimo viaggio del Senatùr. Presente Meloni. Contestato Salvini. Ricca: «Se ne va un pezzo di storia del nostro Paese»

Pontida saluta Bossi: il sogno padano tra applausi e tensioni

Pontida. L’ultimo viaggio di Umberto Bossi scorre lento, tra il prato simbolo di mille adunate e una folla che non è solo folla: è memoria, appartenenza, rimpianto. Fumogeni verdi, bandiere con il sole delle Alpi, i giovani - una volta padani, oggi Lega Giovani - a presidiare il cuore scenico di un movimento che qui ha costruito la sua mitologia. Sulla Briantea bloccata, due ali di persone accompagnano il passaggio del carro funebre. Va piano, a passo d’uomo, come se il tempo dovesse allungarsi ancora un poco.


Dietro, in corteo, i volti noti: Renzo Bossi, Giancarlo Giorgetti. Migliaia per l’ultimo saluto al Senatùr. Poi i cori, quelli che riportano indietro. «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Parole che rimbalzano nell’aria e costringono Giorgetti a intervenire: «Per cortesia», chiede al microfono.
Non basta del tutto. «Padania libera» riemerge, insistente, come un riflesso condizionato. L’arrivo della presidente del Consiglio. «Secessione, secessione», gridano ancora i militanti quando Giorgia Meloni entra in piazza insieme ad Antonio Tajani. Qualche applauso, ma misurato. Più eloquente è la contestazione a Matteo Salvini: «Molla la camicia verde, vergogna». Sul sagrato si compone la fotografia del potere leghista: Giorgetti con la cravatta verde, Salvini in camicia, Luca Zaia e Attilio Fontana salutati dagli applausi, l’abbraccio tra Zaia e Giorgetti a suggellare una sintonia che va oltre la cerimonia.
Ci sono anche Roberto Calderoli, Riccardo Molinari, Maurizio Fugatti. E volti della vecchia guardia: Roberto Castelli, accolto con calore, e Mario Borghezio, fazzoletto verde al collo. Arrivano anche da lontano, perfino da Torino. Militanti, amministratori, fedelissimi. Tra loro Fabrizio Ricca, che prova a mettere ordine tra emozione e memoria: «Un momento triste, se ne va un pezzo di storia del Paese. Bossi ha costruito una comunità autentica, fondata su valori che per anni hanno tenuto insieme le persone». Il ricordo si fa personale, quasi intimo: «L’immagine che mi resta è quella dell’auto funebre passata sotto la bandiera della Padania. Come se un sogno uscisse di scena».
Poi il confronto tra epoche: «Era un leader carismatico, figlio di un altro tempo. Senza social, senza la necessità di esserci ogni giorno. Oggi dobbiamo dimostrare continuamente di esistere». Cosa gli chiederebbe, oggi, se potesse parlarci ancora una volta, un’ultima volta? «Gli chiederei se rifarebbe quella scelta, se farebbe cadere di nuovo il governo Berlusconi o se cercherebbe una mediazione».

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