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Il caso

L’eclissi del British Council: la fine di un'era per la cultura inglese in Italia

Dopo 80 anni lo storico istituto rinuncia ai corsi diretti. 120 dipendenti a rischio e certificazioni esternalizzate: la crisi che trasforma il volto dell'apprendimento linguistico

L’eclissi del British Council: la fine di un'era per la cultura inglese in Italia

Il British Council, storica colonna portante della diffusione della lingua e della cultura britannica nel mondo, si appresta a un drastico ridimensionamento della sua attività in Italia. La causa principale di questa crisi è un debito di 197 milioni di sterline contratto con il governo del Regno Unito durante la pandemia, che l’ente deve restituire entro settembre 2026.

Nonostante il British Council non chiuda definitivamente, la sua natura cambierà radicalmente. La proposta attuale prevede la chiusura dei centri di insegnamento; l'attività didattica diretta infatti cesserà, probabilmente, dopo l'estate. Si stima il licenziamento di circa 120 persone, pari all'85% della forza lavoro nelle sedi di Milano, Roma e Napoli. Saranno colpiti non solo gli insegnanti, ma anche i settori marketing e customer service. L'attività di certificazione linguistica (che lo scorso anno ha coinvolto 25.000 candidati in Italia) non sarà più gestita direttamente ma ceduta a soggetti privati.

Il modello di business dell'istituto, che fino al 2019 era considerato un esempio di efficienza (coprendo il 70% dei costi con le proprie entrate), è crollato con il COVID-19. I lockdown hanno azzerato gli introiti da corsi ed esami, portando a una perdita di 150 milioni di sterline.

Per restare a galla, il governo britannico (allora guidato da Boris Johnson) concesse un prestito a tassi di mercato che oggi genera interessi annuali per 14 milioni di sterline. L'attuale esecutivo laburista di Keir Starmer non sembra intenzionato a cancellare il debito né ad accettare proposte alternative, come la cessione della preziosa collezione d'arte dell'ente (che vanta opere di Freud e Kapoor).

L'Italia è il paese più colpito, ma la crisi è mondiale. Il direttore generale Scott McDonald ha annunciato un piano di risparmi da 420 milioni di sterline, la riduzione del 26% del personale globale e la vendita di immobili per 90 milioni. Già nel 2020 l'ente aveva abbandonato una ventina di paesi, tra cui Stati Uniti e Belgio.

Il ridimensionamento del British Council, fondato nel 1934, viene visto da molti osservatori come un pericoloso indebolimento dell'influenza culturale del Regno Unito all'estero. Mentre nazioni come Russia e Cina aumentano gli investimenti in programmi linguistici, il budget britannico per l'impegno globale continua a subire tagli (circa 50 milioni di sterline in meno previsti nel nuovo accordo con il Foreign Office).

Inoltre, i sindacati sottolineano come questa crisi non sia isolata: il settore della cultura internazionale in Italia sta soffrendo un generale disinvestimento pubblico, come dimostrato dalla recente chiusura di diverse sedi del Goethe-Institut.

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