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Il caso

«Sally mi ha chiamata dopo 26 giorni». L’eutanasia tollerata di chi si distrugge

«Mi ha detto che lui, il 43enne, l’ha picchiata». Una telefonata che lascia più domande che risposte

«Sally mi ha chiamata dopo 26 giorni». L’eutanasia tollerata di chi si distrugge

Ventisei giorni di silenzio. Poi una telefonata. «Mi ha chiamata». A raccontarlo è Sandra, la madre di Sally, la 25enne scomparsa da inizio marzo e più volte segnalata nella zona Sempione, tra il cosiddetto “Tossic Park” e via Cigna. Dopo settimane di ricerche, appelli e avvistamenti incerti, il primo contatto diretto. Una voce, dall’altra parte del telefono. «Mi ha detto che il 43enne le ha alzato le mani, ecco perché ha dei segni addosso», racconta la donna.

La telefonata, però, lascia più domande che risposte. «Non era sola. Mi ha detto che devo lasciarla stare, ma penso che fosse in presenza di qualcuno che voleva che dicesse quelle parole. L’ho sentita confusa». Intorno a Sally continuano a emergere racconti, segnalazioni, tracce difficili da verificare.
Tra queste, quella di un appartamento in via Soana, in Barriera di Milano, indicato come punto di ritrovo per persone con dipendenze e situazioni di forte marginalità. «Continuano a parlarmi di quella casa come di un luogo dove vivono in tanti», spiega Sandra. E poi c’è un’ombra più pesante. «In qualche modo devono pagare le sostanze», dice. Il riferimento è al rischio di sfruttamento. «Se Sally fosse stata ceduta dal 43enne?».
Per la madre, una possibile via d’uscita esiste: «L’unica soluzione sarebbe la comunità. A casa non sono certa di riuscire a gestire tutto, ho anche un figlio piccolo».
Intanto, il contesto in cui Sally si muove resta quello già emerso nei giorni scorsi. Il triangolo tra il parco, le ex piscine e l’area dell’ex Gondrand, oggi abbattuta ma ancora rifugio improvvisato, continua a essere un punto di riferimento per chi vive nella dipendenza.
Da una parte il crack, dall’altra l’eroina.
Oltre le recinzioni, tra corso Venezia e lo scalo ferroviario, si passa dal fumo al “buco”. In entrambi gli spazi, scene che si ripetono: divani abbandonati, sedie recuperate, ombrelloni, vestiti lasciati a terra, resti di oggetti quotidiani trasformati in sopravvivenza.
«Qui non ci stai per caso», racconta chi conosce la zona. «Devi essere qualcuno che porta qualcosa: cibo, sostanze, o stare di vedetta». Un equilibrio precario, fatto di regole non scritte. Sandra prova a spiegare anche il meccanismo delle dipendenze, per come le è stato raccontato: «Alcuni esperti mi dicevano che la fase iniziale è la peggiore, perché entri in un ambiente che sembra una compagnia, una comunità. All’inizio sei anche affascinato».
Da cosa? «Dal gruppo, dall’idea di libertà». Una libertà che, però, non c’è. «Non è libero chi vive così. Pensa solo a una cosa, dalla mattina alla sera». Le dipendenze tolgono tutto: relazioni, autonomia, dignità. «Non riesci più a gestire una casa, un lavoro. Ti portano via pezzo dopo pezzo».
La storia di Sally parte da lontano. Un’infanzia segnata da difficoltà e maltrattamenti. Le prime sostanze offerte da un’amica, poi un fidanzato, poi altri incontri. Un percorso che si è complicato nel tempo. Forse Sally cercava altro, non la droga. Oggi resta una giovane donna di 25 anni, fragile, dentro un contesto che la espone a rischi continui. Ma Sally è maggiorenne. E per lo Stato è libera di scegliere. Anche quando quella scelta assomiglia, sempre di più, a una lenta autodistruzione. Un’eutanasia tollerata.

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