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30 Marzo 2026 - 07:35
Nel contesto della crisi energetica internazionale, il governo guidato da Giorgia Meloni valuta il prolungamento dell’utilizzo delle centrali a carbone, una delle fonti più discusse per il suo impatto ambientale. Secondo le nuove disposizioni, in situazioni di emergenza sarà possibile continuare a impiegare il carbone fino al 2038, superando di ben 13 anni la scadenza prevista dal Piano Nazionale Energia e Clima, che fissava lo stop entro la fine del 2025.
La decisione è stata inserita nel recente decreto bollette, grazie a emendamenti presentati da esponenti politici della maggioranza e dell’opposizione.
Il ministro per gli Affari europei e il PNRR, Tommaso Foti, ha giustificato il provvedimento sottolineando che, nell’attuale fase di difficoltà, è necessario sfruttare tutte le fonti di energia disponibili. Una posizione che mira a garantire stabilità nel breve periodo, nonostante le criticità legate a inquinamento e cambiamento climatico.
I rappresentanti della Lega in Commissione Attività produttive definiscono la misura una scelta “responsabile e necessaria”. Secondo loro, in un momento segnato da tensioni geopolitiche e conflitti, come quello in Medio Oriente, è fondamentale tutelare la sicurezza energetica, la competitività delle imprese e contenere il peso delle bollette per le famiglie.
Di tutt’altro avviso alcune forze politiche. Esponenti del Partito Democratico parlano di decisione propagandistica e rischiosa, evidenziando che molte centrali risultano inattive da tempo e non facilmente riattivabili. Anche Europa Verde attacca il governo, accusandolo di scarso impegno sul fronte ambientale e di ignorare l’emergenza climatica.
In realtà, l’idea di mantenere operative alcune centrali non è nuova. Il ministro dell’Ambiente aveva già ipotizzato di conservare impianti come quelli di Brindisi e Civitavecchia come riserva strategica. Il nuovo decreto, però, consente un utilizzo più concreto di queste strutture.
Dal punto di vista economico, il ritorno al carbone dipende soprattutto dal prezzo del gas naturale. Secondo le stime, questa fonte diventerebbe competitiva solo se il gas superasse i 70 euro per megawattora, valore attualmente più alto rispetto ai prezzi recenti. Inoltre, un fattore decisivo è rappresentato dal sistema europeo delle emissioni (ETS): senza un allentamento delle regole, il carbone resta meno conveniente.
L’Italia non è un caso isolato. Diversi Paesi stanno rivalutando il carbone:
Negli Stati Uniti, sono stati ridotti alcuni vincoli sulle emissioni.
In Germania, dove l’uscita è prevista entro il 2038, non si escludono possibili rinvii.
Il Giappone ha deciso temporaneamente di aumentare l’uso delle centrali a carbone, comprese quelle più datate, per fronteggiare le difficoltà energetiche. Nonostante ciò, resta confermato l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2050.
Anche le Filippine stanno puntando maggiormente sul carbone per limitare l’aumento dei costi dell’elettricità, aggravati dalle tensioni internazionali e dal rincaro del gas naturale liquefatto (GNL).
Il rinvio dell’uscita dal carbone rappresenta una scelta complessa, che mette in equilibrio esigenze immediate come la sicurezza energetica e il contenimento dei costi, con obiettivi di lungo periodo legati alla transizione ecologica e alla riduzione delle emissioni.
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