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Il caso
02 Aprile 2026 - 08:00
Cinquantasei imputati. Hashish, cocaina, marijuana. E una certezza che attraversa le carte dell’inchiesta come un filo nero: quel business non si è mai fermato, nemmeno quando fuori c’era il silenzio irreale della pandemia. Torino è il centro, ma è solo l’inizio. Perché la mappa dello spaccio disegnata dai carabinieri si allarga e tocca Nichelino, Moncalieri, Volvera, Beinasco, Collegno. Ed è su Beinasco che ci si concentra, perché è lì che era il centro di tutto. Nelle carte, tante, tantissime carte, sono ricostruite le dinamiche di un vero e proprio meccanismo che riusciva a rifornire non solo la provincia ma anche fuori regione. E dentro quel sistema, secondo gli inquirenti, molti dei personaggi coinvolti gravitano nel settore della ristorazione. Locali anche noti, bar, pizzerie e ristoranti. Di quelli dove c’è sempre gente. Insospettabili. Non sono piole di periferia. E i personaggi di questa storia, quelli di Beinasco, sembrano usciti da una penna degna di scrivere un classico della letteratura.
Tra casa dell’Americano e quella del Corriere, altro personaggio nel giro, c’era un chilometro. Il Corriere stava a Borgaretto, era ludopatico e con la sua macchina girava ovunque ve ne fosse bisogno, un vero gentipusher. Lui spacciava come secondo lavoro, come diceva agli amici, quello era un modo per assicurarsi la pensione integrativa. «Tremila euro in un mese faccio», raccontava al Sardo, altro personaggio che sembra uscito da una penna importante. Il Sardo ascoltava i vanti del Corriere, la sera, quando i due uomini si chiudevano nell’abitacolo della macchina del Corriere, tra una birra comprata dal bangla e il piano di vetro del cellulare per stendere «la bamba». Il Sardo alla fine di tutto aveva le orecchie che fumavano a furia di ascoltare le diavolerie dell’amico, ma aveva pippato gratis. In qualche modo ci guadagnava. Il Corriere faceva tre consegne al giorno, tutte piccole, le palline le teneva in quel taschino minuscolo dei suoi jeans scoloriti, sul davanti. Certo doveva stare attento, guai se lo avesse beccato la fidanzata. Il Corriere era un uomo a cui piaceva fare il gradasso in giro, ma bastava un’occhiata di sguercio della sua dolce metà e tutto quel coraggio andava a farsi benedire. Il Corriere aveva un altro amico fidato, il Nichelinese. Un soprannome che può trarre in inganno. Quello a Nichelino ci teneva solo la “roba”, perché in realtà viveva in un appartamento a Beinasco. Pochi passi dal ristorante del Sognatore, da cui comprava. Non acquistava dal Corriere: il Nichelinese sosteneva che a comprare quantità maggiori fosse un risparmio, «la stessa logica del supermercato amico mio». Un economista, lui. E col Corriere parlavano tanto di soldi. Di quelli che avrebbero voluto fare e di quanti viaggi alle Maldive e Cuba, di quante donne giovani, con le forme al punto giusto, avrebbero potuto conquistare grazie a quello status. Fan di un cinema tra Scarface e Blow, i due conoscevano bene il Sognatore.
Lui aveva quella pizzeria pure famosa «che gira bene, perché io sono napoletano e la pizza nostra è un’altra cosa», come spiegava lo stesso titolare. Ma al Sognatore piaceva immaginare di fare il grano vero, e quello non si fa con la farina. Il Sognatore aveva anche un «fratello, perché non è un amico e basta, è molto di più», Lello, che stava a Napoli e a cui mandava regolarmente droga, da vendere ma anche da far provare. «Ti mando un campione che è la fine del mondo», diceva, ma Lello era un po’ duro di comprensione e non capiva quella filosofia per cui doveva regalare della droga ai suoi clienti. «Così la provano, li coccoli, che ca**o Lè ma tutto io ti devo spiegare?». Meno paziente era con i suoi galoppini di origine araba. Quei due gli avevano promesso di farlo entrare in un giro di spaccio grosso. Il Sognatore voleva fare le cose in grande, voleva la sostanza da far arrivare da Spagna e Marocco, voleva essere conosciuto ovunque. Alle sette del mattino già stava in giro per colazioni «il business» che non riusciva mai a far partire perché trovava sul suo cammino tanti «che aprono bocca e parlano tanto ma poi non combinano nulla». Non era facile per lui, una mente «troppo elevata per restare a spacciare a Beinasco e Orbassano». Aveva un tizio che lavorava per lui, il Ragazzetto. Basso di statura, i capelli unti perennemente, motivo per cui spesso era deriso. Il Ragazzetto faceva viaggi a Napoli - anche da Lello -, ad Albissola e a Milano. Il Corriere non aveva tutto quel tempo da dedicare al Sognatore. E poi la verità è che il Ragazzetto per rischiare «prende 700 euro al mese. È pure incensurato, se lo beccano non fa più di due giorni di galera», si giustificava il Sognatore, quando qualcuno gli diceva che era avido nel trattare quel «poveraccio che fai correre a destra e manca». Il Corriere lo provocava spesso, al Sognatore. «Sta bamba è diversa, sa di arancia», diceva mentre quell’altro contava i soldi del sabato sera in cassa in pizzeria. Poi lo punzecchiava ancora: «Non l’avrai tagliata con l’aspirina?». Quell’altro, il Sognatore, rispondeva: «Eh, non ti lamentare, significa che quest’inverno non prendi l’influenza». Era un bravo cabarettista, quando voleva, il Sognatore. Anche lui il 24 aprile, come gli altri 55, sarà in aula a Torino. Ma al banco degli imputati. Non a quello del suo locale.
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